venerdì 12 ottobre 2012

Giovan Francesco Pugliese

Cosa ne farò e ne sarà di tutte queste ore che da mesi dedico alla lettura e al controllo dell'opera storiografica di Giovan Francesco Pugliese (1789-1855) non lo so e non saprei dirlo...Aspetto che 'la cosa' maturi, nel senso che aspetto di capire infine perché sto scavando nelle mie radici e nelle mie origini. Non aver reperito i due volumi di cui parlo in tempo per leggerli con mio padre (anzi: con papà) mi spiace, mi duole e mi sa anche un tantino di scherzo del destino: credevo fossero irreperibili, e invece bastava andare a cercarli su Google Books...L'ho anche segnalato ad un quotidiano on line del mio paese, e mi avrebbe fatto piacere che una sola persona, anche una soltanto, avesse dato un cenno di gioia per questa  'scoperta', o possibilità, per giunta gratuita, da condividere.
La 'cosa' alla quale sto lavorando, o meglio 'che mi sta impegnando', comincia così:


A proposito di Giovan Francesco Pugliese mi piace premettere alla sua opera questa nota, tratta da ‘Biblioteca storica topografica delle Calabrie’, dell’Avvocato Niccola (sic) Falcone da Verzino, Napoli 1846.


La patria di questo benemerito e dotto scrittore è Cirò di cui ora è unica attuale illustrazione. Egli professa giurisprudenza, e benché di proposito non la eserciti, pure adopera la sua dottrina dando consiglio a coloro che in difficili affari ne lo richieggono, renden­dosi in questo modo utile alla sua patria, ed ai paesi circonvici­ni. Egli nel 1826 pei tipi del Tiziano in Napoli rese di pubblica ragione un ‘Compendio sulle attribuzioni de’ regi Giudici’: lavoro molto utile per i forensi. Ha scritto la storia di Cirò, della quale fa sperarne la pubblicazione. Io mi auguro ciò voglia verificarsi pria che io riduca a termine la stampa di questo mio lavoro, perché abbia l’occasione di esporre un’opera che sarà certo di molto merito e gradita ai cultori della storia. E se il sig. Pugliese vo­lesse ancor più soddisfare i voti di tutti, pubblicherebbe il suo ‘Itinerario da Squillace a Napoli’, lavoro senza dubbio dottissimo, precisamente in fatto di archeologia. Possano dunque tai voti essere esauditi, ed io ne porgo all’autore le più vive preghiere.
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La prosa, la ‘scrittura’, del Pugliese, differiscono dalla attuale anche nella loro ‘resa grafica’, per così dire: delle occorrenze più evidenti riporto l’uso dei due punti in luogo delle virgole e delle iniziali maiuscole nel corpo del periodo. Anche nella coniugazione verbale vi sono degli esiti che attualmente risultano come ‘errori’: non ho avuto l’ardire di applicare la grammatica e l’ortografia correnti, ovvero di correggere od emendare, il testo originale, poiché ritengo che tale originalità vada sempre e comunque, almeno in certa misura, rispettata, e che l’onere, ma anche il piacere, dell’interpretazione rimangano a carico del ‘lettore moderno’. Quelli di cui sopra sono rilievi ininfluenti, ché l’opera di Giovan Francesco Pugliese è di primaria importanza per la storiografia non solo di Cirò, ma anche della Calabria e del Sud più in generale, divenendo fonte cui attingere per tutti gli storiografi locali- ma non solo-, improvvisati o meno che siano; a maggior ragione quando si parla di territori le cui ‘memorie’ -leggi soprattutto archivi- sono stati spesso, e non a caso, saccheggiati o distrutti, fatti oggetto di ‘cesìna’, come forse direbbe il Nostro.
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   Occorrerà anche premettere, forse, che per gli abitanti di Cirò e Cirò Marina è ovvio, scontato, almeno sapere che nei pressi di Punta Alice esistette una colonia greca chiamata Krimisa o Cremissa, dalla quale sarebbe poi sorta Cirò, e infine Cirò Marina. Questo è, nell’immaginario collettivo ‘locale’, supportato dagli scavi dell’archeologo trentino Paolo Orsi, grande e ostinato nella sua ricerca della Krimisa magnogreca che le paludi, l’incuria, i saccheggi, avevano cancellato alla vista degli uomini. L’impegno di Paolo Orsi fu premiato nel 1924 con il ritorno alla luce dei resti della città-santuario di Krimisa e del suo Templum Apollinis.
   Al tempo di Giovan Francesco Pugliese la situazione era alquanto diversa: i ritrovamenti archeologici si riducevano a ben poca cosa, e l’esistenza della colonia greca si basava soprattutto su fonti letterarie e librastiche più in generale…Verrebbe da dire che si trattava quasi più di un atto di fede nella storiografia che di verità storica accertata, scientificamente provata.
   Non a caso l’autore, già dalle prime battute della ‘Descrizione’, parla, quasi chiedendo venia,  di una sorta di ricorso alle origini molto,  troppo,  favolose e favolistiche, non solo della sua amata e sognata Krimisa, ma di tutte le altre località della Magna Grecia, nel ricordo e nel richiamo ad un passato grandioso che non trovava, e non trova, riscontro alcuno né ai tempi del Pugliese, né in quelli attuali.
Quella Magna Grecia che faceva dire all’altro cirotano Luigi Siciliani (1881-1925), il traduttore dei poeti erotici dell’antologia palatina:
Hera ed Apollo non sono signori di templi sui flutti
Dileguarono insieme per sempre gli umani e gli iddìi.
Cupo squallore, miseria profonda ci aduggia da allora!
Noi che chiamati fummo greci, ma greci più grandi,
noi, ora siamo negletti in solitario abbandono.
(Capo Crimisa, in ‘Sogni pagani’, poi in ‘L’altare del Fauno’).
P.S.: lo so già che non me ne farò nulla, che improvvisamente dimenticherò tutte queste ore con il collo che mi fa male e gli occhi che mi sfarfallano...

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