venerdì 23 novembre 2012

quadernetto di traduzioni, 2: Esse est percipi.

   A dimostrazione della verosimiglianza delle considerazioni esposte in un post precedente, ecco questo 'Esse est percipi', della coppia Borges-Bioy Casares, del 1967, e facente parte delle 'Crónicas de Bustos Domecq'. E' una traduzione estremamente... difficile, nel senso che bisogna sforzarsi per non riportarla pari pari dallo spagnolo, che definirei classicissimo, della formidabile coppia Jorge Luis/Adolfo, all'italiano. Infatti, in questo caso, più che tradotto, il pezzo è stato ricopiato in italiano.
   Il titolo, 'Esse est percipi', è già di per sé perfetto: 'essere è essere percepiti', con il richiamo fin troppo evidente alla filosofia di George Berkeley, delle cui tesi la frase-titolo è la formula riassuntiva.
   La rilettura di questo racconto, a distanza di quasi mezzo secolo dalla sua apparizione, è illuminante, e un po' inquietante, anche se meno di quanto lo fu, per Bustos Domecq, il 'disvelamento' di quello che era in fondo il motivo della sparizione dello stadio monumentale del River.
   E' una lettura in apparenza semplice, anche grazie alla elegante ironia dei due coautori. 
   In realtà, l'amarezza non è aliena all'assunto, dal momento che vengono prima a giustapporsi due visioni della realtà, l'una, quella di Savastano, proiettata già verso la 'propaganda globale', l'altra visione, quella di B. Domecq, trattenuta e guidata dallo scorrere 'ordinario' del tempo. Si potrebbe parlare, anche, di un incombente 'nuovo che avanza', già allora! 
   Di queste due visioni, la prima è costantemente all'attacco, l'altra è costretta perennemente in difesa. Sarebbe interessante allegare a queste visioni delle categorie di persone, o -se si volesse- dello spirito, ma il 'gioco', così impostato, porterebbe forse troppo lontano. 
   Torniamo alle due visioni della realtà di cui parlavo poco fa: delle due, la seconda è destinata, se non a soccombere, a vivere nell'ombra (la maggioranza silenziosa spaparanzata sulla poltrona?), l'altra, la prima, ha un continuo, inesauribile bisogno di visibilità (ad esempio: 'è la stampa, bellezza!'), e non può fermarsi, ristare o sostare: si pensi solo alla moltiplicazione esponenziale di offerte e richieste a mezzo web, televisione, stampa, telefono, social networks...Parlare di Orwell, di 'grande fratello', è quasi superfluo: trascurarne i metodi e la presenza, invece, credo sia pericoloso, per tutti, anche per coloro che credono di dominare o controllare i mezzi di persuasione (sto parlando di 'convitati di pietra'?)... Altrettanto pericoloso è tralasciare una semplice nozione che ci deriva dalla notte dei tempi - o almeno dai greci in qua: la tragedia, in fin dei conti, non è che il convergere di interessi contrastanti verso un punto di 'incontro'.
   Quelle due visioni del mondo di cui prima parlavo, anche questo potrebbero essere o diventare: un convergere di volontà opposte verso un punto di rottura... tragico! ('E se si rompe l'illusione?')
   Scherzavo!
  Divagazioni a parte, gli autori affrontano, con una operazione semplice, precisa quanto intelligente, un tema tra i più sentiti e dibattuti di fine anni sessanta del '900: la massa, con tutte le implicazioni che il suo studio poteva comportare, in anni segnati dalle lotte, -Vietnam, sessantotto, decolonializzazione...,- ma anche da conquiste sociali e crescita culturale.
   Borges e Bioy Casares hanno capito e lasciato detto; a noi tocca capire e ridire, riconoscendo le loro intuizioni. Aggiungo solo, visto che anch'io nella notte dei tempi mi appassionavo al 'gioco più bello del mondo', che episodi simili a quelli di questo racconto, si sono avverati, anche solo per riparare agli abbagli di cronisti troppo presi dalla passione, come avvenne con un cambio di punteggio grazie ad una rete mai realizzata in un incontro del mondiale messicano del '70. Va da sé che lo stesso radiocronista, a fine partita, riportò 'indietro le lancette' comunicando il risultato esatto della gara. A meno che...non so, avevamo vinto veramente? Mah! Non c'ero, non ho visto, non c'erano immagini, e neanche reti fantasma, ché sì, anche quelle, per essere devono essere viste... Devo guardare sull'almanacco di quegli anni, se non mente, se non è di parte, se non lo ha stilato un qualche 'Arturo'...
ESSE EST PERCIPI


Vecchio frequentatore delle parti di Nuñez e dintorni, non mancai di notare che mancava dal suo posto di sempre il monumentale stadio del River. Costernato, consultai al riguardo il mio amico dottor Gervasio Montenegro, membro effettivo dell’Accademia Argentina delle Lettere. In lui trovai quella spinta capace di indirizzarmi. A quei tempi la sua penna compilava una sorta di Storia panoramica del giornalismo nazionale, opera altamente meritevole, nella quale si affannava la sua segretaria. La relativa documentazione lo aveva casualmente condotto a subodorare il busillis. Poco prima di addormentarsi completamente, mi mandò da un comune amico, Tulio Savastano, presidente del club Abasto Juniors, alla cui sede, situata nel Palazzo Amianto, di avenida Corrientes e Pasteur, mi recai. Il dirigente, nonostante il regime di doppia dieta a cui lo sottoponeva il suo medico e vicino dottor Narbondo, si mostrava ancora agile e scattante. Alquanto inorgoglito per l’ultimo trionfo della sua squadra contro la compagine canarina, si lasciò andare a confidarmi, tra un mate e l’altro, ghiotti particolari inerenti alla questione sul tappeto. Benché io mi ripetessi che Savastano era stato un tempo il mio compagno di ragazzate di Agüero angolo Humahuaca, l’importanza del suo incarico mi intimoriva e, per allentare la tensione, mi congratulai per lo svolgimento dell’azione dell’ultimo goal che, nonostante l’intervento di Zarlenga e Parodi, il centrocampista Renovales aveva realizzato, grazie allo storico passaggio di Musante. Sensibile alla mia adesione all’undici di Abasto, il grand'uomo diede un ultimo tiro alla cannuccia esaurita del mate, dicendo filosoficamente, come chi sogna ad alta voce:
-E pensare che sono stato io ad inventare questi nomi.
- Vale a dire? – domandai gemendo – Musante non si chiama Musante? Renovales non è Renovales? Limardo non è il vero nome dell’idolo acclamato dalla tifoseria?

La risposta mi fiaccò nelle membra.
- Come? Lei crede ancora nella tifoseria e negli idoli? Ma dove ha vissuto, don Domecq?
- In quella entrò un fattorino che sembrava un pompiere e mormorò che Ferrabás voleva parlare con lui.
- Ferrabás, il cronista dalla voce pastosa? – esclamai- L’animatore dei cordiali  dopopranzo delle 13 e 15 del sapone Profumo? Questi miei occhi lo vedranno così com’è? Davvero si chiama Ferrabás?
- Che aspetti! - ordinò il signor Savastano.
- Che aspetti? Non sarebbe più prudente che io mi sacrifichi e me ne vada? – aggiunsi con sincera abnegazione.
Neanche per idea – rispose Savastano-. Arturo, dica a Ferrabás che entri. Fa nulla…
Ferrabás entrò con naturalezza. Stavo per cedergli la mia poltrona, ma Arturo, il pompiere, mi dissuase con una di quelle occhiatine che sono come uno sbuffo di aria polare. La voce presidenziale sentenziò:
- Ferrabás, ho già parlato con De Filipo e Camargo. Nella prossima giornata l’Abasto perde, per due a uno. Il gioco sarà duro, ma non ricada, se lo ricordi bene, nel passaggio di Musante a Renovales, che la gente conosce a memoria. Io esigo immaginazione, immaginazione. Capito? Può andare
- Raccolsi le forze per azzardare la domanda:
- Devo dedurre che il risultato è scritto a tavolino?
Savastano, letteralmente, mi gettò nella polvere.
- Non c’è risultato, né formazioni, né partite. Gli stadi sono già demolendi che cadono a pezzi. Oggi tutto passa per la televisione e la radio. La falsa eccitazione dei commentatori, non le è mai venuto il sospetto che fosse tutto un imbroglio? L’ultima partita di calcio si è giocata qui nella capitale il 24 giugno del ’37. Da quel preciso momento, il calcio, proprio come tutta la vasta gamma degli sport, è un genere drammatico, a carico di un solo uomo in una cabina o di attori in maglietta davanti ad un cameraman.

- Signore, ma chi ha inventato tutto ciò? Riuscii a domandare.
- Nessuno lo sa. Tanto varrebbe cercare di scoprire a chi è venuta per primo l’idea della inaugurazione delle scuole o delle visite fastose di teste coronate. Sono cose che non esistono fuori degli studi di registrazione e delle redazioni. Si convinca, Domecq, la propaganda di massa è il marchio dei tempi moderni.

- E la conquista dello spazio? – gemetti.
- E’ un programma straniero, una coproduzione russo-americana. Un lodevole passo avanti, non neghiamocelo, dello spettacolo scientificista.

- Presidente, lei mi mette paura – farfugliai, senza rispettare la via gerarchica-. Quindi al mondo… non succede nulla?
- Ben poco, rispose con la sua flemma inglese-. Ciò che non afferro è la sua paura. Il genere umano se ne sta in casa, spaparanzato, attento allo schermo o al commentatore, se non alla stampa scandalistica. Cosa vuole di più, Domecq? E’ il cammino gigantesco dei secoli, il ritmo del progresso che si impone.
- E se si rompe l’illusione?- dissi con un filo di voce.
- Ma cosa deve rompersi…- mi tranquillizzò.
- E se anche fosse, sarei una tomba – gli promisi-. Lo giuro per la mia passione personale, per la mia lealtà alla squadra, per lei, per Limardo, per Renovales.
- Dica quello che le pare, nessuno le crederebbe.

Squillò il telefono. Il presidente portò la cornetta all’orecchio, e con la mano libera mi indicò l’uscita… 


"Viejo turista de la zona de Nuñez y aledaños, no dejé de notar que venía faltando en su lugar de siempre el monumental estadio de River. Consternado, consulté al respecto al amigo y doctor Gervasio Montenegro, miembro de número de la Academia Argentina de Letras. En él hallé el motor que me puso sobre la pista. Su pluma compilaba por aquel entonces una a modo de Historia panorámica del periodismo nacional, obra llena de méritos, en la que se afanaba su secretaria. Las documentaciones de práctica lo habían llevado casualmente a husmear el busilis. Poco antes de adormecerse del todo, me remitió a un amigo común, Tulio Savastano, presidente del club Abasto Juniors, de cuya sede, sita en el Edificio Amianto, de avenida Corrientes y Pasteur, me di traslado. Este directivo, pese al régimen doble dieta a que lo tiene sometido su médico y vecino doctor Narbondo, mostrábase aún movedizo y ágil. Un tanto enfarolado por el último triunfo de su equipo sobre el combinado canario, se despachó a sus anchas y me confió, mate va, mate viene, pormenores de bulto que aludían a la cuestión sobre el tapete. Aunque yo me repitiese que Savastano había sido otrora el compinche de mis mocedades de Agüero esquina Humahuaca, la majestad del cargo me imponía y, cosa de romper la tirantez, congratulélo sobre la tramitación del último goal que, a despecho de la intervención de Zarlenga y Parodi, conviertiera el centro-half Renovales, tras aquel pase histórico de Musante. Sensible a mi adhesión al once de Abasto, el prohombre dio una chupada postrimera a la bombilla exhausta, diciendo filosóficamente, como aquel que sueña en voz alta:
-Y pensar que fui yo el que les inventé esos nombres.
-¿Alias?- pregunté, gemebundo- ¿Musante no se llama Musante? ¿Renovales no es Renovales? ¿Limardo no es el genuino patronímico del ídolo que aclama la afición?
La respuesta me aflojó todos los miembros.

-¿Cómo? ¿Usted cree todavía en la afición y en los ídolos? ¿Dónde ha vivido, don Domecq?

En eso entró un ordenanza que parecía un bombero y musitó que Ferrabás quería hablarle al señor.
-¿Ferrabás, el locutor de la voz pastosa? -exclamé- ¿El animador de la sobremesa cordial de las 13 y 15 y del jabón Profumo? ¿Estos, mis ojos, le verán tal cual es? ¿De verás que se llama Ferrabás?
-Que espere - ordenó el señor Savastano.

-¿Que espere? ¿No será más prudente que yo me sacrifique y me retire? -aduje con sincera abnegación.


-Ni se le ocurra -contestó Savastano-. Arturo, dígale a Ferrabás que pase. Tanto da…
Ferrabás hizo con naturalidad su entrada. Yo iba a ofrecerle mi butaca, pero Arturo, el bombero, me disuadió con una de esas miraditas que son como una masa de aire polar. La voz presidencial dictaminó:
-Ferrabás, ya hablé con De Filipo y con Camargo. En la fecha próxima pierde Abasto, por dos a uno. Hay juego recio, pero no vaya a recaer, acuérdese bien, en el pase de Musante a Renovales, que la gente sabe de memoria. Yo quiero imaginación, imaginación. ¿Comprendido? Ya puede retirarse.

Junté fuerzas para aventurar la pregunta:
-¿Debo deducir que el score se digita?
Savastano, literalmente, me revolcó en el polvo.

-No hay score ni cuadros ni partidos. Los estadios ya son demoliciones que se caen a pedazos. Hoy todo pasa en la televisión y en la radio. La falsa excitación de los locutores, ¿nunca lo llevó a maliciar que todo es patraña? El último partido de fútbol se jugó en esta capital el día 24 de junio del 37. Desde aquel preciso momento, el fútbol, al igual que la vasta gama de los deportes, es un género dramático, a cargo de un solo hombre en una cabina o de actores con camiseta ante el cameraman.

-Señor, ¿quién inventó las cosas? -atiné a preguntar.


-Nadie lo sabe. Tanto valdría pesquisar a quién se le ocurrieron primero las inauguraciones de escuelas y las visitas fastuosas de testas coronadas. Son cosas que no existen fuera de los estudios de grabación y de las redacciones. Convénzase, Domecq, la publicidad masiva es la contramarca de los tiempos modernos.
-¿Y la conquista del espacio? -gemí.

-Es un programa foráneo, una coproducción yanqui-soviética. Un laudable adelanto, no lo neguemos, del espectáculo cientifista.


-Presidente, usted me mete miedo -mascullé, sin respetar la vía jerárquica-. ¿Entonces en el mundo no pasa nada?
-Muy poco -contestó con su flema inglesa-. Lo que yo no capto es su miedo. El género humano está en casa, repatingado, atento a la pantalla o al locutor, cuando no a la prensa amarilla. ¿Qué mas quiere, Domecq? Es la marcha gigante de los siglos, el ritmo del progreso que se impone.
-¿Y si se rompe la ilusión? -dije con un hilo de voz.
-Qué se va a romper -me tarnquilizó. -Por si acaso, seré una tumba -le prometí-. Lo juro por mi adhesión personal, por mi lealtad al equipo, por usted, por Limardo, por Renovales.

-Diga lo que se le dé la gana, nadie le va a creer.


Sonó el teléfono. El presidente portó el tubo al oído y aprovechó la mano libre para indicarme la puerta de salida."



5 commenti:

Fernando B. Aranovich ha detto...



¡¡ me diverti mas con la traduccion
al italiano que con el original!!

Cataldo Antonio Amoruso ha detto...

Ringrazio per l'attenzione e torno a sottolineare che purtroppo non ho mai studiato seriamente la lingua castigliana, spero di non aver commesso troppo errori. Un caro saluto Cataldo Antonio Amoruso.

Fernando B. Aranovich ha detto...


Es imposible vivir en la Argentina sin saber algo del idioma del Dante
Creo que la version es fantasticamente buena

Fernando B. Aranovich ha detto...

en Cronicas de Bustos domecq hay otro cuento "un pincel nuestro:Tafas" una satira acerca del arte abstracto. Imperdible


la pintura moderna

Imperdible

Cataldo Antonio Amoruso ha detto...

Concordo in pieno, sia sulle considerazioni relative alla lingua di Dante, sia per quanto riguarda le 'Cronicas': trovo che sia un libricino eccezionale, algo raro y casi perfecto, la historia de Tafas 'in primis'. Grazie.