martedì 30 dicembre 2014

Hantura, Chjaga d'amure.



                           
****************** ******Alcune note ****************************

Dal testo dello struggente 'fado policastrese'... (vedi immagine)
Un dialetto 'solido', quello di Petilia Policastro ('tosto', si potrebbe anche dire, o 'arcaico', tanto per fare gli snob)... ma i dialetti sono molto meno ostici di quello che sembra, e molto più vicini all'anima - e al sentimento - di quanto si possa supporre...
'Trattengo negli occhi le tue bellezze
ti amerò sempre con cuore e fermezza
delle parole della gente non ti curare
e solo del cuore mio ti devi fidare'
...semplice, come amare, come una piaga ad occhi aperti, senza sconti, solo certezze.
Nota: rendere graficamente un dialetto non è così semplice, in mancanza di regole generalmente accettate e statuite.
Dimenticavo... bellissime anche le voci, e le musiche, ovviamente.
                         
***** Una traduzione *****************************
Nota previa: non conosco il dialetto petilino (o policastrese, ma preferisco la prima forma, è meno equivocabile con altre località più o meno omonime), e traduco sulla scorta delle mie conoscenze 'naturali' dei dialetti calabresi, per cui chiedo venia in anticipo per errori o sviste.

Il sole a tutti il suo calore dona
più timorosa è invece la luna
e se col cuore l'illumini a notte
vedi quanto il bene mio è forte

Una piaga nel cuore mi hanno aperto i tuoi occhi
ed è una piaga d'amore che non si rimargina mai
ma se mi dici che posso toccarla
tu sola oh mia bella la potrai sanare

Mi voli leggera sopra ogni pensiero
tu sola nel mio cuore sei entrata
ma se mi dici che posso sentire
il cuore mio rilascia lacrime e dolore

Io ho un amore che non posso abbracciare
così come vorrei stringerlo e baciare
io so cosa serba nel cuore
e me lo tengo caro caro il mio amore

Amore mio che sei tanto lontano
quanto vorrei stringerti le mani
ti aspetto e prego la Madonna con cuore
finché ti stringerò tra le braccia tra le braccia ancora

Serbo negli occhi le tue bellezze
ti amerò sempre con cuore e fermezza
delle parole della gente non ti curare
ché solo del cuore mio tu ti devi fidare.

Fin qui una possibile traduzione all'impronta, per quanto più possibile fedele all'originale: il testo si offre ad altre letture ed approfondimenti, con addentellati e avvitamenti che sortiscono dalla diversa intensità nella pronuncia di talune parole, e su questi aspetti per così dire 'successivi' voglio tornare con più calma, prossimamente: è un testo che merita un commento più vasto, sia per il dialetto usato, sia per quanto attiene alla sfera dei sentimenti che esprime.


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T'aspiattu e pregu a Madonna ccu core...
''Ti aspetto e prego la Madonna con cuore'': qui il canto, nella bella voce di Raffaella Caruso, si apre, rispondendo a quelle che sono le attese di coloro i quali (come il sottoscritto) pur non avendo il piacere di saper cantare o suonare, apprezzano e godono le bellezze del cantato lirico, melodioso... al di là di questo, aggiungo, sottolineandola, la profondità del dialetto: quel 'core', con la 'c' iniziale mediamente rafforzata dà il senso di 'cuore', animo e anima, sentire profondo e speranza, impegno, fino alla ostinazione, differenziandolo da 'core' (organo e metafora correlata) che andrebbe pronunciata con una 'c' semplice... (in tal caso significherebbe: 'prego con il cuore', un po' freddino, scolastico). Quanto sto cercando di dire non servirà - per mia incapacità - a spiegare l'importanza del raddoppiamento fonosintattico nel dialetto, ma potrebbe fungere da spunto per altri approfondimenti. 
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Struggente, un 'fado' di Petilia Policastro: 'chjàga d'amure', eseguito dagli HANTURA. Le immagini del video non hanno (era un altro, non questo), e non dicono, forse, nulla di particolare. Ma esse, unitamente alle immagini di dentro, sono andate durante il viaggio (era, ovvio, un video ripreso durante un viaggio, in autostrada), e vanno tuttora, ad accompagnarsi alle parole e alla musica di quella canzone. A volte i 'significati' - quello che si dice - e i 'significanti' - come lo si dice - coincidono, corrispondendosi, altre elidendosi...

l'orizzonte salato

l'orizzonte salato
cade bene questo vento
sembra infilarsi tra le dita
bizzoso come un mulinello
idi granelli curiosi che si perdono
nelle tasche
di silenzi
si compongono
gli attracchi e tra le bitte
gonfie nei loro petti
risalgono gli odori lontani
di un mare che schiumando agita desideri
non sono qui
ma in distanza sento che s'alzano
nel sibilo del volo
i tuoi occhi verso un punto
il più alto
l'inafferrabile il raro
zenit o mihrab
il luogo dove ti aspetto
il punto dove guardo.

lunedì 29 dicembre 2014

parole sole

parole sole
e consuntivi a fronte
di auguri
malcelate patine di facciata
e corazze crettate
anni che svaniscono
ed enfio è il loro computo
a guardare avanti
silenzio,
ed in punta di scarpe
non altro che barattoli,
mia splendida sera
soprattutto di gelo
m'accompagna
il crocchiare di suole
e contro il ghiaccio
sono solite
solo più varie
di sempre le ombre.

t'apri di sempre e terra

t'apri di sempre e terra
e ti fende un segno rosso
di cuore stretto in una mano
t'avviva
un rivolo di sogno
e sei l'acqua che mancava alle labbra
con cautela ti disperdi
nelle screpolature dei sogni
e sei erba verde pasto d'anima
e pensieri che solo le mani
dicono
rimane qualcosa un alone
e la follia di un gioco
alato
un sorvolo di calanchi
dove ho atteso la vita
stanco
ed ora, questo è
l'ombra di fondale di tanto stacco
un non so dirti che risale.

venerdì 26 dicembre 2014

Fatti della sostanza stessa dei sogni.

Anonimo/a dice: ''bella la pagina su Sedimenti, di chi è?...''
- Ah, però!... Lusingato, caro/a anonimo/a...
Anonimo/a rilancia: ''parlavo della pagina... ben fatta, sembra presa da un libro''.
- Ah sì? ...e allora ecco la pagina del libro, ma inedito.
Guardate che scherzavo scrivendo in calce 'Collana Inedita Letteratura'... facevo finta che fosse la pagina di un libro.

giovedì 25 dicembre 2014

Piccole cose parlano.

Piccole cose parlano.
Non sarà mai come il peso della bottiglia
sul piano smarrito.
Sollevarla una volta ancora
e accorgersi del vuoto
della leggerezza del nulla
Tappo onestamente mostra
poche mandate di sé intorno
Pani in plastica al collo
sciatta catacresi
di lingua, non di bottiglia
Non si capisce la pietra
non è il paragone il suo mestiere
E' venuto Natale
lo sapevo che non si sarebbe fermato
Anche le feste hanno sempre qualcosa da fare
E allora non le aspetto
che ci provino, a tornare.
Anch'io, da dove ero partito.
Vorrei essere nel punto esatto
dove cade il tuo pensiero
Sarebbe perfetto
Anche così, come una lontananza leggera
serrata da un tappo a vite di bottiglia
su un ripiano vuoto agli altri, quelli di soli occhi.
Sentono anche loro le parole delle piccole cose
ma sono troppo cresciuti per dirle
Come con Babbo Natale, uguale.

mercoledì 24 dicembre 2014

si abbassa il vento

si abbassa il vento
e sento nel ricordo solo le tue mani
libere dalle parole
vanno loro incontro i luoghi
e si riforma un tempo
che sfiorarsi era inevitabile e dovuto
oggi ritornano le immagini
e la voglia di desiderare
ma senza accanimento, né rabbia
come una copertura di silenzi
doverosa di tanta attesa
e d'occhi chiusi
forse non ci sarà altro
e nulla di tangibile
nessun'altra apparenza
che questa ierofania
inspiegabile, incredibile
come di una epifania rimandata e rimandata
ma ora
ora che sei nell'aria
e sempre nella contrarietà del vento
ti incontro
non ha luogo
questo tentativo
così altro ed esterno ad ogni mio dove
di cancellarti
di portar via dal soffio la vita
che in un granello si consolida
inarrivabile, profondo
da non credere
proprio come questo nulla che a nulla preludia
che non sia trovarti
e per sempre
quale che sia, pure irraggiungibile, tu, in altra vita.

Ierofania: ''Il senso della presenza o della manifestazione di qualcosa di «sacro», non necessariamente di un dio, che l’uomo avverte o può avvertire, a qualsiasi tipo di religione appartenga.'' Così dice il '' Treccani''; al posto di quella parola non avrei scritto nessun'altra parola. Fortunatamente era proprio quello che volevo dire, e, dopo aver controllato, dico che non mi ero sbagliato. Lo avrei detto comunque, anche se successivamente il vocabolario mi avesse detto che significa 'animale a quattro zampe' o 'fenomeno elettrico' o qualsiasi altra cosa... L'arbitrarietà è una delle caratteristiche fondamentali delle lingue e dei linguaggi, benché troppo e troppo spesso ignorata, anche durante la vigilia di Natale. Altra cosa è la costruzione sintattica... dove, in luogo di 'mi avesse detto' avrei potuto scrivere 'mi avrebbe detto', e invece di 'significa' 'significava'. Per scrivere bene e correttamente ci vuole una certa intelligenza e una ricerca del piacere che essa produce. Molto spesso non è il mio caso, pazienza.

lunedì 22 dicembre 2014

mi stipu l'occhj to' nta nu pizz 'e munnu

mi stipu l'occhj to' nta nu pizz 'e munnu
ca nessun i po' asciàre
ntu coru cchjù funnu
adduv tu sula trasi, e nti mani teni
strinciutu nu chjavìnu
ccu duj occhj ca rìdinu com quann
ca si rapa nu granatu
e ni nèscini i cocci russi
e a còrchjula janca
Nta chiddu pizz du coru c'è na cosa
com nu puzzu dintr'a luna
ca si rivota e cerca
e si si linchja de' lacrimi o 'e acquatina
un si capiscia, s'è ppe' risu o ppe' ruvina
ma tu, tu un t'inni ncarricare
tu sì a matina
e l'anima ca sentu 'e tìja è semp chjìna.

conservo gli occhi tuoi in un punto del mondo/ dove nessuno li può trovare/ nel cuore più profondo/ dove tu sola entri, e nelle mani tieni/ stretta una piccola chiave/ con due occhi che sorridono come quando/ si apre una melagrana/ e ne sortiscono i chicchi rossi/ e la scorza bianca/ In quell'angolo di cuore c'è una cosa/ come un pozzo nella luna/ che si rivolta e cerca/ e si riempie di lacrime o rugiada/ e no si distingue, se è per riso o per rovina/ ma tu, tu non fartene un peso/ tu sei la mattina/ e l'anima che sento di te è sempre piena.

domenica 21 dicembre 2014

Cortázar... A todo Julio!!!

Sembra passata una eternità, da quei primi anni ottanta del secolo scorso, quando scoprii per caso, non ricordo nemmeno come, 'questo' scrittore argentino, della cui scrittura mi innamorai subito. All'epoca non era facile reperire testi provenienti dal Cono Sud... anzi, fatte salve le grandi città, non era facile trovare nemmeno testi in lingua provenienti dalla Spagna o dal Portogallo. Infatti, se non ricordo male, questo fascicolo, che conservo con cura, l'ho reperito su una bancarella di Parigi, o di Madrid, non saprei. Ultimamente J.C. è stato scongelato dall'oblio per qualche giorno, giusto per il lancio di una nuova edizione di 'Rayuela'... poi di nuovo silenzio, del resto ormai tutti pubblicano (non ho detto 'scrivono'...) e quindi l'industria editoriale deve concedere spazio alle tante meteore che appaiono e scompaiono dagli scaffali delle librerie. J.C. non scomparirà, ha un suo pubblico che lo adora e non lo abbandonerà mai. Le pagine che seguono sono in lingua originale, ma sono estremamente comprensibili, almeno nella forma scritta.
Collegamenti ad altri post su questa specie di blog:
Seguono le pagine della rivista e, in calce ad esse, una mia traduzione del capitolo 'El actor y su obra'.
Da aggiungere: molte cose. 
Aggiunte: alcune 'quarte di copertina' e un pedazo da 'El perseguidor' (25/12/2014).

Nota previa: traduco a braccio e con frequenti sbalzi di memoria, per cui chiedo venia all'eventuale lettore. 
A.C.A.
                                                          L'autore e la sua opera.
                                                                  Julio Cortázar.
Rayuela (che traduco con 'La campana', dal momento che è questo il gioco che dà il titolo all'opera, diversamente tradotto con 'Il gioco del mondo' in italiano).
Verso la fine del 1962, J.C. diede per conclusa la stesura di 'Rayuela', un romanzo in aperta rottura con le forme usuali del genere e il cui destino era quello di diventare uno dei pilastri del boom della narrativa latinoamericana.
Figlio di un diplomatico argentino, J.C. nacque a Bruxelles nel 1914; studiò a Buenos Aires e, sotto l'influenza diretta di Borges, pubblicò nel 1949 il suo primo libro: un poema drammatico intitolato Los reyes. Poco dopo si trasferì a Parigi, che diventerà la sua residenza abituale per il resto della sua vita. L'opera narrativa di Cortázar comincia con Bestiario (1951), un libro di racconti fantastici in cui già si intravvedono le caratteristiche centrali del suo universo poetico: la dicotomia tra una apparenza falsa e una fantasia vera, la trasgressione dell'abitudinario per l'intervento di elementi insoliti, l'esplorazione metafisica appena mascherata dall'avventura fisica di un personaggio.
Cortázar, dice il critico Donald L. Shaw, ''postula l'esistenza di varie realtà parziali tra le quali noi ne scegliamo una per installarci comodamente al suo interno (come Bruno in 'El perseguidor') e non pensare più''.
Anche i racconti di Final de juego (1956), Las armas secretas (1959) e Historias de cronopios y de famas (1962), propongono o richiedono al lettore un cambio radicale delle sue abitudini mentali, o dei suoi meccanismi di percezione della realtà. Molti dei racconti che completano questi libri ('Casa tomada', 'La caricia más profunda') sono già diventati dei classici della lingua castigliana. Autoesiliato a Parigi, Cortázar pubblicò nel 1960 il suo primo romanzo, Los premios, la cui storia - caricata di un simbolismo più o meno ermetico, incentrato su ciò che succede nel posto di comando di un transatlantico, il Malcolm - risulta quasi lineare, senza interruzioni spazio-temporali. Questo è stato l'ultimo tributo di Cortázar al romanzo tradizionale: due anni più tardi sarebbe apparso Rayuela, che diventò il primo dei grandi risultati internazionali del boom della letteratura latinoamericana, e nel quale l'autore affronta, ''in termini di romanzo, quello che altri, i filosofi, affrontano in termini metafisici; vale a dire, i grandi interrogativi'', come confesserà successivamente.
Il ciclo dei grandi racconti fantastici si chiude, nell'opera di Cortázar, con l'apparizione delle raccolte Todos los fuegos el fuego (1966) e Octaedro (1974). Il suo terzo romanzo, 62 Modelo para armar, pubblicato nel 1968, era un nuovo giro di vite, derivato dal capitolo 62 di Rayuela, e in certo qual modo ne prolungava il clima e le proposte. E' in quell'epoca che Cortázar comincia ad intervenire attivamente nella vita politica, al principio in appoggio del processo rivoluzionario cubano; anche da allora data la crescente inclinazione di Cortázar verso una ''letteratura compromessa'', che aveva rifiutato esplicitamente nelle sue prime opere. Frutto del compromesso politico con la sinistra latinoamericana è il suo ultimo romanzo, Libro de Manuel, che apparve nel 1973. Lo stesso Cortázar vedeva in quell'opera la ''possibile convergenza di una invenzione narrativa con la militanza ideologica'', la creazione di un romanzo capace di inscriversi, come un ulteriore dato oggettivo, nel processo rivoluzionario dell'America Latina.
In qualche modo, le miscellanee che compongono La vuelta al día en ochenta mundos (1967), Ultimo round (1969) e Viaje alrededor de una mesa (1970), costituiscono validi appunti a proposito della disputa dialettica che Cortázar sosteneva, in gran parte, con se stesso: lo humor, i racconti, le poesie, i commenti su ritagli di giornali, vanno a formare una lunga meditazione sull'arte di scrivere e sui compromessi che, lo si voglia o no, pesano sullo scrittore.
La lotta contro la repressione politica in Cile, Uruguay e Argentina a partire dal 1973; la solidarietà attiva con il governo cubano e l'appoggio al regime nicaraguegno assorbirono in larga misura l'attività di Cortázar durante gli ultimi anni. Morì a Parigi, il 12 febbraio del 1984.
Rayuela rappresenta l'apice dell'arte narrativa di Cortázar, una sorta di summa dei suoi temi, delle sue ossessioni e delle sue invenzioni. In questo romanzo, l'autore - che in precedenza aveva suddiviso i lettori in due categorie, il lector macho (lettore maschio) e il lector hembra (lettore femmina: notare che non dice 'lectora', lettrice...) - sceglie la prima categoria come destinataria della propria opera. Tutta la struttura di Rayuela dipende da questa scelta: Cortázar si spinge a mettere a disposizione del lector macho (cioè, del lettore che vuole partecipare attivamente, e non solo percettiva, partecipando del piacere di inventare un romanzo) una specie di pannello di controllo, col quale può ordinare a suo piacimento il romanzo. La dialettica tra critica e autocritica, le riflessioni e i dubbi dell'autore circa i suoi stessi materiali, si presentano sotto forma di una serie di capitoli che Cortázar qualifica come prescindibili e senza i quali il romanzo sarebbe comunque completo. Questo gioco, attraverso il quale il lettore partecipa ai problemi della creazione del romanzo, non è il meno stimolante tra quelli che Cortázar propone. Perché Rayuela non si riduce in un giochino e nemmeno nella trasgressione delle leggi del genere narrativo mediante l'irruzione di altri generi (il saggio, la poesia). Ciò che Cortázar si propone non è altro che modificare le abitudini mentali dei suoi lettori, per quanto ciò avvenga grazie allo scandalo e allo shock. Ridotta a puro schema argomentativo, Rayuela narra il processo di disintegrazione di Oliveira, un intellettuale i cui meccanismi razionali lo tengono ai margini dell'esistenza, del suo orrore e della sua bellezza. L'azione si svolge dapprima a Parigi, poi a Buenos Aires e infine di nuovo nella capitale francese. Mediante tagli bruschi, inflessioni del linguaggio e monologhi interiori, il gruppo di personaggi che circonda Oliveira cerca di dar conto della sua avventura, della sua disperata volontà di afferrarsi alla autenticità della vita. Una delle voci che circondano il protagonista è quella di Morelli, l'anticonformista, che sotto molti aspetti è una copertura dell'autore medesimo: ''Era singolare che Morelli abbracciasse con entusiasmo le ipotesi di lavoro più recenti della fisica e della biologia, si mostrasse convinto che l'antico dualismo si fosse spaccato davanti alla evidenza di una comune riduzione della materia e dello spirito a nozioni di energia''. Questo anticonformismo, questa capacità di aprirsi, è ciò che fa di Rayuela una delle grandi opere della letteratura contemporanea in lingua spagnola.
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Vediamo cos'è quel 'tablero de mando', pannello di controllo, di cui sopra (la foto è tratta dall'edizione di Rayuela in mio possesso, la Planeta-Agostini 1985):
















































Sembra un giochino, vero? E' anche un gioco, certo, proprio come il titolo dell'opera, ma un gioco cosciente e sapiente, da non banalizzare. Portare il lettore all'interno di una creazione narrativa non è facile, e credo che la stragrande maggioranza degli autori se ne guarderebbe bene dal farlo. Vero è che questo 'pannello di controllo', questo 'centro direzionale' dell'opera altrui mi fa pensare a certe edizioni scolastiche nelle quali talune pagine - da non perdere! - sono scritte in un certo carattere o con un colore particolare, per distinguerle da altre - las prescindibles, diremmo con Cortázar... - che il lettore-discente potrà fare a meno di leggere e imparare, purché legga e impari almeno qualcosa... Però la differenza è sostanziale: il controllo di Rayuela è affidato al lettore, quello di un libro 'del secondo tipo' (e mi arrogo il diritto di usare questa etichetta in senso metaforico) è trattenuto dall'autore, che si interpone tra il creatore dell'opera e il fruitore finale, mentre allo stesso tempo l'autore/redattore si erge a deuteragonista pensante e discriminante... chissà se mi sono spiegato.
                                                                          ******************************
Da Rayuela:


Una possibile traduzione:
Tocco la tua bocca, con un dito tocco il bordo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per cancellare tutto e ricominciare, far nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna sul viso, una bocca scelta tra tutte, con assoluta libertà da me, per disegnarla con la mia mano sul tuo viso, e che, per un caso che non voglio indagare, coincide esattamente con la tua bocca che sorride da sotto a quella che la mia mano ti sta disegnando.
Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più da vicino, e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta  più da vicino e gli occhi si fanno più grandi, si avvicinano tra loro, si sovrappongono, e i ciclopi si osservano, confondendo i loro respiri, le bocche si incontrano e lottano dolcemente, mordendosi con le labbra, premendo appena la lingua sui denti, giocando negli spazi dove un’aria spessa va e viene con un profumo antico e silente. Allora le mie mani desiderano affondare nei tuoi capelli, accarezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli, mentre ci baciamo come se le nostre bocche fossero piene di fiori o pesci, dai movimenti vivi, dalla fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, e se affoghiamo in una breve e terribile fusione del respiro, questa istantanea morte è stupenda. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, ed io ti sento mentre tremi contro il mio corpo come una luna sull’acqua.
                                                                                  ****************************
Da 'Las armas secretas', edizioni '2000 Editorial Sol 90', in 'Biblioteca de la Literatura Universal'.

Brano tratto da 'El perseguidor', racconto incentrato sulla storia del jazzista Charlie Parker ('Johnny'), narrata dal critico o alter ego di Julio - 'Bruno'.

   ''Sono un critico di jazz abbastanza sensibile da capire i miei limiti, e mi rendo conto che ciò che penso si trova ad un livello inferiore del piano dove il povero Johnny si sforza di avanzare con le sue frasi smozzicate, i suoi suoi sospiri, le sue ire improvvise e i suoi scoppi di pianto. A lui non importa un fico secco che io lo ritenga geniale, e non si mai montato la testa perché la sua musica è molto superiore a quella che suonano i suoi amici. Penso con malinconia che lui è in principio al suo sax mentre io sono costretto a confrontarmi con il finale. Lui è la bocca ed io l'orecchio, per non dire che lui è la bocca ed io... Ogni critico, ahimè, rappresenta il triste finale di qualcosa che è cominciato come un sapore, come una delizia da mordere e masticare. E la bocca si muove un'altra volta, golosamente la grande lingua di Johnny  raccoglie un filo di saliva dalle labbra. Le mani tracciano un disegno nell'aria.
   - Bruno, se un giorno tu potessi scriverlo... Non per me, sia chiaro, a me cosa importa... Ma deve essere bello, ci tengo che sia bello. Ti stavo dicendo che quando cominciai a suonare, da ragazzo, mi resi conto che il tempo cambiava. Una volta lo raccontai a Jim e lui mi disse che tutti sentiamo allo stesso modo, e che quando uno si astrae... Disse così, ''quando uno si astrae''. Invece no, io non mi astraggo quando suono. E' solo che mi cambio di posto. E' come in un ascensore, tu sei nell'ascensore e parli con la gente, e non ci trovi nulla di strano, e intanto passa il primo piano, il decimo, il ventunesimo, e la città è rimasta giù in basso, e tu stai terminando la frase che avevi cominciato entrando, e tra le prime parole e le ultime ci sono cinquantadue piani. Quando ho cominciato a suonare io mi sono reso conto di entrare in un ascensore, ma era un ascensore di tempo, se così posso dirtelo. Non credere che mi dimenticassi di una certa ipoteca o della religione. Soltanto che in quei momenti l'ipoteca o la religione erano come il vestito che uno non ha addosso: so che il vestito è nell'armadio, ma non venire a dirmi che in quello stesso momento quel vestito esiste. Il vestito esiste quando lo metto, e l'ipoteca e la religione esistevano quando smettevo di suonare e la vecchia entrava con i capelli legati a ciuffi e si lamentava perché le fracassavo le orecchie con 'sta musica del diavolo.
Dédée ha portato un'altra tazza di nescafè, ma Johnny guarda tristemente il suo bicchiere vuoto.
    - Questa storia del tempo è complicata, mi afferra da ogni parte. Comincio a credere poco a poco che il tempo non è come una borsa che si riempie. Voglio dire che per quanto cambi il contenuto, nella borsa non ci sta mai più di una certa quantità, e fine. Vedi la mia valigia, Bruno? Ci stanno dentro due vestiti e due paia di scarpe. Bene, ora immagina di svuotarla poi di rimetterci ancora i due vestiti e le due paia di scarpe, e allora ti rendi conto che possono starci solo un vestito e un paio di scarpe. Ma il massimo non è questo. Il massimo è quando ti rendi conto che puoi mettere un intero negozio di abiti nella valigia, cento vestiti e altri cento, come io metto la mia musica dentro il tempo quando sto suonando, a volte. La musica e ciò che penso quando viaggio nel metro.
   - Quando viaggi nel metro.
   - Eh, sì, qui sta il punto - ha detto maliziosamente Johnny. - Il metro è una grande invenzione, Bruno. Viaggiando nel metro ti rendi conto di tutto quel che potrebbe stare in una valigia. Forse non ho perduto il sax nel metro, chissà...
Si mette a ridere, tossisce, e Dédée lo scruta inquieta. Ma lui fa dei gesti, se la ride, e tossisce confondendo tutto, agitandosi sotto la coperta come uno scimpanzé. Sempre ridendo, beve le lacrime che gli scendono.
   - Meglio non confondere le cose - dice dopo un po'-. L'ho perso, fine. Però il metro mi è servito per capire il trucco della valigia. Guarda, questo fatto dell'elasticità delle cose è proprio bello, io lo sento in ogni dove. Tutto è elastico, ragazzo. Le cose che sembrano rigide possiedono una elasticità...
Pensa, concentrandosi.
   -... una elasticità ritardata - aggiunge sorprendentemente. Io faccio un gesto di ammirazione e di approvazione. Bravo, Johnny... L'uomo che dice che non è capace di pensare!... Vai, Johnny. E ora mi interessa veramente ciò che sta per dire, e lui lo capisce e mi guarda con più scaltrezza che mai.
   - Tu credi davvero che potrò avere un altro sax per suonare dopodomani, Bruno?
   - Sì, ma dovrai fare attenzione.
   - Certo, dovrò fare attenzione.
(mia fallibile traduzione all'impronta: non ho studiato nessuna lingua; ACA).
                                                       **************************************
Sono convinto che tanti critici e operatori del mercato letterario diano il meglio di sé nelle 'quarte di copertina' o algo parecido. Spero che nascano sempre prima le opere e poi le quarte di copertina... de alguna manera non lo darei tanto per scontato, il suo contrario.
Certo, in nessuna quarta di copertina si è mai parlato male delle pagine che l'hanno preceduta, o no?
Più di una volta avrei voluto, forse un po' cortazarianamente, abbozzare una storia di storie della letteratura basata su soli titoli e quarte di copertina.


sabato 20 dicembre 2014

Sguardo di te che amo.


Vorrei portarti con me ovunque
e se non posso portarti
voglio almeno tenerti
in tutti i posti che ti ho lasciato immaginare
poiché ti sapevo sempre intenta
a vedermi
ovunque andassi, a domandare
con le tue certezze e paure di madre
Ora che un altro tempo ci prende
sono io colui che domanda
e con le mie paurose incertezze
forse come tu facevi, immagino
quale sia il luogo prepotente
del ricordare dilaniato dai forse
Ma a nessuno lo dico
che tu non sei più qui
complice di ogni sempre
e madre in ogni luogo.
Ad ogni modo ti moltiplico
come in un gioco
di vetri colorati
di lacrime che non hanno luogo
e ti dico guarda
cosa ho trovato
antico, in un caleidoscopio
a specchio di noi
il tuo viso.

venerdì 19 dicembre 2014

Con lentezza d'inverno

Con lentezza d'inverno
mani gialle di colore scambiano
i loro flebili gradienti e l'albero
si china al risalire degli umori
un sapore di sempre
e foglie che muoiono
avvolge l'aria prossima al suolo

Terra che incede

le radici hanno un loro fondo
e un cielo rovesciato
forse uguale
in misura
mai in intensità

Vedere l'erbe
con un articolo per plurali antico
come se si potesse scherzare
o scegliere da quale parte
anche in caso di radici
stare

Natale in vista
forse qualcosa di definitivo
vivifica i ceppi
Natale per le vie
come lumi in aria, ma tristi.

E ceppi di sempre
faville che nella gioia
tra i seni nascondono catene.

Passano le parole
E' la festa.

giovedì 18 dicembre 2014

Partire, partirsi.

Partirsi.
Vorrei non farci caso, non averci fatto caso, ma è una casualità che scava, che ha scavato.
Invece partire diventa partirsi, e partirsene, che nell'intelligenza di un codice linguistico indica stadi e profondità dell'essere assolutamente differenti... il movimento si fa diacronico, storia di sé e di quei tanti 'se' che non fanno la storia, ma certamente la condizionano.
Questo ti dico, sperando che non si capisca altro, come se le parole fossero solo forma.

sono un albero di spalle

sono un albero di spalle
di solitudini accorate
il mio muro è un confine
isolati risuonano di umani richiami
le strida a cercare il turgore dei frutti sui rami
mi concedo, come sanno le piante
Ché mi attiri e con altro nome mi avvolga
la mia terra antica

e faccia del mio legno mobilio di poveri in croce.
(foto di Luigi Paolo Pati)

spesso, come i miei vorrei

spesso, come i miei vorrei
rimango di qua dai muri
sempre, come i miei desideri
mi fermo davanti a una parete
ad un tetto di un grado senza numero
non importa, il confino
il digradare dei pensieri
nulla ferma le parole e i sogni
e l'orgoglio di andarsene disperato
se tanto costa di vivere la speranza.

le cose, as coisas, las cosas (vedi alla voce 'paligrafia')

le cose, as coisas, las cosas
si imprimono
le cose
trapassando silenziose
la pasta da modello per umani
s'empiono di cose gli interstizi
si connettono a cose
sconosciute, indicibili
i tessuti
tramando ordendo cardando
cuori di cose ristanno
vigilando sui battiti
sui minimi moti
delle cose diventano
anima di pensiero, e mistero
del bel tempo che a vivere
chiede altre cose alle cose
che non dicono cosa
sia questa mania d'avere
e mai essere
come le cose
impenetrabili
resti di cose
sospesi ad un filo che regge e separa
al di qua o al di là
d'ogni sensibile cosa.
(niente di niente).

Natàl senza 'e tìa

Natàl senza 'e tìa
Natal c'un ti pozz' addimmannar
nent, si sì stata bon o malament
si t'ha manciat i tridici cosi
o s'ha lassat i moddichi sub a banca
pper u Bommineddu, ccur u biccher 'e l'acqua
e a fedda 'e panetton
s'ha fatt a cunta d'i niputi ar'un ar'un
e si sì rimasta cuntenta
s'ha tenut mprazz a ncun picciuliddu
com si fossa nu Bomminu
si domani dormi, abbenadica
e tutti fossimu cuntenti
com si mai n'avissi lassati
Natal com tant ati
ccu su penzer 'e cchjù
'e sa mancanza ca parìa luntana
e mmece già s'è fatta eterna
com na chjaga ca vruscia dint'a mana.

accosta un tempo una somma di ricordi

accosta un tempo una somma di ricordi
immagini e punti singolari lungo linea
in cerca di un preciso luogo per dire
cosa sia passato dentro questi fili
così a lungo trattenuti e cosa regga
questa forza di imprimere altri moti
nell'ora fragile che declina
verso un lascito per chi saprà meglio ridire
un braciere d'altri tempi rilascia
ancora brani di ceneri a perdersi nell'aria
gelando aromi a scorze di mandarino
ormai pesa ricordare i sogni di bambino
e bussano, con più forza, le paure
anche nel ricordo trattengo il respiro
e mi godo il gelo dentro il sangue
cercandolo, ricreandolo
quel fremito d'un tempo
che a spiegarlo diventa carezza sotto pelle
gentile d'aghi e prodigo, sempre
di dolori
purché tutto sia, oggi ancora.

polvere che vola via

polvere che vola via
un altro soffio un anelito ancora
e appare 
il profilo profondo
sulla linea del viso
bisognerà aggiungere parole
scernere tra le sabbie
e toccare le corde
perché siano suono e base di silenzi
prima che tutto accada
lungo le siepi scalzate
perché divaghino i colori
a segnalare prati o nuvole
e vette o tutto quanto ci concederà
questo tempo, questo clima
così umano da portarsi dentro
come una bisaccia che pesa e in cambio
ai fianchi ampolle di rugiade
per volare via
senz'ali o mani che bilàncino
soli ed in bilico
sulla via che azzurra
questo sogno difficile a percorrersi
che si fauna stria, rasoio
di un taglio senza abbrivio...

domenica 14 dicembre 2014

Non ti meraviglino, l'insistenza del fiore

Non ti  meraviglino, l'insistenza del fiore
le radici in cerca, le superfici verso il cielo
rivoltate in petali, non sondare oltre
il confine azzurro che preme ai seni
con  colori  pronti a cangiarsi, come solo sanno
gli occhi e il cuore, in una morsa impareggiabile
che tutto avvolge,
e pure, aperta risiede
in un palmo di terra
il regno di un fiore
uno solo, a reggere i confini
di questo tempo che  svolge
il suo rotolo di sere
e notti, umide di pensieri.

Così è la terra, turgida intorno al fiore
e tu, con i tuoi occhi a tendere
ad un domani che si fa cielo.

Non ti meraviglino, i nomi a fiore
sussurrati sulla tua pelle.

domàni, quann è ghjurnu fattu

domàni, quann è ghjurnu fattu
minni voj nèsciri ccu tìa
ammucciata nti parmi di mani
delizijosa com nu pumu
e ducia com na pešca du Principe
e sentire ntu cosciàl a ti, ricchizza
ca ti motichij e comquannca mi zziddichìj
e t'arribbeddi dicennu c'unt ti piacia
ppè bènire ccu mìa
su šcuru funnu
ca ti custa tantu
e allùra vena
vena ca ti portu
com nu juru nta l'asula
ca tutti ti pon vidire
strittu bonu
ccu u pericalu affericatu
fin aru coru ca jetta e vatta
a mille come si ccu tìa
daveru camignu, o sulu sugnu
in cerca 'e ti, da mea ventura.
Ovvero:
domani, quando sarà giorno fatto
voglio uscire con te
nascosta nel palmo delle mani
deliziosa come una mela
e dolce, come una pesca del Principe*
e sentirti nella tasca, preziosa
che ti agiti e come facendomi il solletico
ti ribelli* dicendo che non ti piace
per venire con me
questo buio profondo
che ti costa tanto
e allora vieni
vieni che ti porto
come un fiore all'occhiello
che tutti possano ammirare
ben stretto
con il gambo serrato
fino al cuore che rifiorisce e batte
a mille come se con te
davvero camminassi, oppure sono solo
in cerca di te, della mia ventura.

sabato 13 dicembre 2014

poi cade la sera

poi cade la sera
incipiente di calvari al giorno
si disperde la visione retta solo da una lontananza
disperante di ricordi
C'è uno spazio d'ombra
nel cambio di passo del tempo
che nulla sente
-forse, attutito, uno scatto nella indecisione -
in cui gli occhi s'adattano alla tenebra
purché null'altro avvenga
nulla ancora si sappia
della buona luce inconcludente
delle scuse che graffiano sui vetri
delle placide rinunce
delle voglie che dentro rimuginano
dei silenzi che saranno
urla ora, riposte
per un tempo che avvolga
in carta da regalo
di solo azzurro
anche il buio incipiente
di questa innegabile sera.

venerdì 12 dicembre 2014

Fino a quando le labbra avranno confine (Hasta cuando)

(Hasta cuando...)
Fino a quando le labbra avranno confine
di parole, fino a quando sapranno
delle tue dita bianche, dello spazio
che solo la luce vìola, penetrando suoni
di interstizi e angoli, doppiati
con fretta rapida d'amanti
Non altro, questo amarsi sempre
di una completezza in cerca
un ristare accanto, preciso di contorni
l'uno e l'altra di silenzi ammantandosi
nell'essenzialità dei corpi

Fino a quando, le ombre
dei platani trascorreranno
intermittenti a sera
come un monito al giorno
che lentamente declina
in una carezza assolata
quasi una estrema spera
e tu sola, tu immagine, tu e sempre...
finché non sarà più altro la sera.


giovedì 11 dicembre 2014

Mi volìssa špagnàre com na špera 'e sule

Mi volìssa špagnàre com na špera 'e sule
ncera a nu ruvettàru, e španticàre
com nu quatràru davànt aru prim amùru
volìssa, com nu crìjatùru nciotàre
davànt a nu rigàlu ca nessùna mana mi po' allongàre

volìssa tanti cosi, tanti, quanti l'occhj un pon cumportàre
volìssa, subba a tutti i cosi, ca fossi tu
s'ària ca si mova e com nu jàtu, càvuru m'asciùca
ca dintra all'ossi troppi su' stati, i paròli
senza riggèttu, a rivotàre fossi, a scuverchjàre mari

volìssa ca fossi tu, sa macchja virda
si punti gialli semp d'estaggiòna
su cièlu chjàru e sanza guàli
sa pàcia ca mi sagghja dintra
quann m'assèttu e sàcciu ca mi penzi
com si pènzin i cardìddi, i jùri o i nnammuràti
senza sapìre pecchì, né come o quannu
basta ca sia, come nu nidu, nu pètalu, nu vasu
ca àvitu àvitu è crisciùtu e sul l'ànima ci ajùncia
ar u sbirrijàre, ma senza mai u toccàre.

Vorrei aver paura come un raggio di sole
davanti ai rovi, e sobbalzare
come un fanciullo davanti al primo amore
vorrei, come un bambino allibire*
davanti a un regalo che nessuna mano mi potrà dare

vorrei tante cose, tante, quante gli occhi non possono sostenere
vorrei, sopra ogni cosa, che fossi tu
l'aria che si muove e come un respiro, caldo mi asciuga
ché nelle ossa troppe sono state, le parole
senza posa, a rivoltare fossi, a scoperchiare mari

vorrei che fossi tu, la macchia verde
i punti gialli sempre di stagione
il cielo chiaro e senza eguali
la pace che dentro mi sale
quando mi siedo e so che mi pensi
come si pensano i cardellini, i fiori o gli innamorati
ignari del perché, del come o quando
ma solo purché sia, come un nido, un petalo, un bacio
che in alto in alto è cresciuto e solo l'anima ci arriva
solo a sfiorarlo, e senza mai toccarlo.

mercoledì 10 dicembre 2014

sale dal basso tumido un tempo

sale dal basso tumido un tempo
inerte di fogliame e squarci
di terreni sopiti e battiti
di un cuore antico che non cede
erano qui, le piante amate
quelle che la breve estate
sembrava dover cedere
ad un abbraccio d'inverno
e geli, ma che il respiro spinge
e spingerà sempre altra vita
e linfa
e dirai che è così, questo tempo
indeciso e poco propenso ai sognatori
che si fa coltre e nebbia fredda
oh, ma i rami, i rami guardali
e dentro, tienili al tuo calore
finché saranno braccia, e mani, e dita
come regali a sciogliersi
ai tuoi piedi del letto
quando trovi in tanta notte
il tuo mattino, non meravigliarti
era solo attesa quel freddo
quel dispendio indicibile
d'ora, ora che tu
sarai come le luci nel giorno
dentro il cuore in festa.

lunedì 8 dicembre 2014

Sarà il tempo avuto dentro

Prima o poi scriverò una poesia, di prima.
Sarà il tempo avuto dentro
La forza del filo ostinato
A torcersi come una spina
Che sbocca a pelle
Avida di luce
C’è uno spazio d’isola
E d’attesa
La forza del silenzio
Tra una ripartenza
E l’accettazione
Un effluvio trattenuto
Un fiottare
Di lontananze
Un amplificarsi di sensi
E poi trovarsi
Nei grani inestricabili di sabbie
Sulla pelle
Innegabili
Nessuna voglia di riparare
Che irrompano, gli sguardi
Le indagini
Le domande
Amo così
Come questi grani inenarrabili
Che nessun vento
Né onda
Sento che allontana.
Prima o poi leggerò una poesia, di poi.

domenica 7 dicembre 2014

Scrivi i tuoi passi

Scrivi i tuoi passi
In palmo di mano
Acché io possa
Seguire la tua scia
Come fa l’ombra
Che avvolta impervia
Risale il muro di distanze
Quando solo senti
Premere il desiderio
Su te, sua sponda
E fonte prima del corpo
Dove nasce
Altra, e altra e altra ancora
Ombra di te mai difforme
Allora sembra che manchi
O si costringa a ruolo solo
Di base essenziale
A tutte le istanze
Quel tuo corpo svelto
A situarsi
Nel punto esatto dell’ombra
Che tutto tiene a mente
Dei cuori
Dei passi
Del labbro
Così fitti
E inscritti
Nel raggio delle braccia tortili.

sabato 6 dicembre 2014

Negli occhi mi vedo

Negli occhi mi vedo
Un mondo capovolto
Di cosciali rivoltati
E maglie di lana grossa
Scannate ad un fil di ferro fisso
in un rigore metallico di anse piegate a morte
Sono gli abiti duri
Che mille volte possiede il vento
Ed aghi di pino, a perdersi ordendo
Trame di evanescenze vegetali e cemento
Senza sosta infuocate
Da afrori e sguardi
Che velenosi di piacere
Risalgono dal basso
Sono occhi di volpe a cercarmi in affanno
In  un mondo di paure
Solo rifugio le braccia di madri
I loro silenzi negli occhi a difendere affilati
Anche questo mondo
Dov’erano i miei tesori
Dimenticati nelle tasche
Impregnati d’acqua
Disperatamente ora asciugano
Come un sole negli occhi
Che in mano lascia
Null’altro che sale.

mai potremmo vincere

mai potremmo vincere
non è questo ad unire
ci sarebbe sempre una sera
un'ombra pronta
infida di recrudescenze
a ghermire
le ombre non sanno l'amore
lo nascondono
e sembra in piena luce che si perda,
rimane di tanta attesa
il suolo senza pretese,
i passi cauti
ché non rechino offese
nessun percorso che ignori
il peso di quel passo
la durezza dei nostri suoli
confonde nelle fila brevi dei vincitori
bastano due dita, alle labbra
perché tutto accada
anche l'amore
così silenzioso
come la bocca
intorno all'anima ricucendo
parole per due rubate al tempo.

Un'altra notte messa via.

Un'altra notte messa via.
Tempo che si affretta
E sversa
Imbuti di rugginosi
Cieli e di mattine
Perse negli annunci
Di sé, vanno
Segnaposti celesti
Rondini che non torneranno
Non ora.

mercoledì 3 dicembre 2014

Per te, Angela mia, sorella

Per te, Angela mia, sorella
che stranamente, a quest'ora
mi chiedi una poesia
che dica forse di vita
di cosa essa sia
se io fratello
posso intendere qualcosa
di sperabile meglio
ma il mio ruolo
è quello che intendi
sorella silente, da sempre
proprio quello
di un caro
altrettanto silente fratello
e se è poesia tenerti la mano con cura
questo è solo il breve appannaggio
di un piccolo dio in abbandono
quel coraggio di amarti che forse
mi rende diverso o simile
troppo
ad un uomo.
Che sia luce, Angela mia, proprio come il tuo nome.


ieri pensieri

Riuniamo vite, ché null'altro chiedevano
Che un tempo di sopravvivenza
A volte è come questa massa fosca
Che presiede i discorsi
Dentro, le parole in armi
E oltre, ondivago un orizzonte
Null'altro, che il cuore umido d'erba
Una terra di parole sull'anima che attende.

*********************
Con coraggio di giorno
Si rinnova l'augurio di luce
Per quando tutto potrà sembrare perduto
Tu cerca, mio amore, cerca
Dove l'ombra ha preso il posto delle vite
E intendilo quel luogo di custodie
Amandolo, fosse anche
Una casa vuota di chiocciola
Abbandonata sui filari.

********************
Non ti desidero, le dice, non ti desidero perché il desiderio è l'amore per chi o cosa non si può avere, e questo, per una vita sola, è troppo. 
Anche se amarti sarà totale, e forse più umano sarebbe desiderarti.
********************
A volte ti immagino allo specchio
Mentre ti prepari
Non so bene per cosa
E con tutta calma ti affretti
Come solo le donne sanno fare
O forse gli dei, nei loro mondi
Mi meraviglia che tu possa non vedermi
Ma vedo che ti muovi
Quasi a farmi posto
E fingendoti distratta
I tuoi capelli prendono la forma che vorrei
Le tue mani scendono sui fianchi
Proprio dove le sorprenderei
E i tuoi occhi, le tue labbra, ogni punto
Diventa di te, una immagine di come ti vorrei...
Mi meraviglia che tu non mi veda
Nello specchio che abita un tempo di te.

*********************
(da scarabocchi su una terza di copertina)
Noi non siamo Giove in forme di nuvole
Custodiamo memorie volatili
E immagini d'esse
Memori
........
Esse memorano;
Quando in cielo
È deciso il fondo
Posano.
È l'attimo fuggito
E già nuova immagine incede
A formare l'ora.
......
È tempo.
Cedono il posto, nell'ordine:
parole
nuvole
imballaggi.

******************
Si fa sera, e mi conforta questa foschia che comincia appena finita quella che un tempo non lontano si chiamava 'Grande galleria degli Appennini'…
Foschia, poi nebbia, e sera che cede il passo anzitempo al buio profondo.
Dove sei? Dove sono?…
Mi sorprendo a trovare che sia strano questo modo di dire, 'la galleria è finita'… e quando? La galleria è lì, e bisognerà percorrerla, ogni volta che sarà necessario.
Spero sia luce, al più presto.

domenica 30 novembre 2014

si fa stretta la gola

si fa stretta la gola
e sembra che manchi
ad aspettare
quel sollievo di sola aria
che sostiene nel respiro
un dolore si inerpica
su rilevati di mancanze
e sono le mani a tenerci
di tanta sdrucciola distanza
d'occhi avidi di richiami
con pazienza di camminatore
la strada riprende
e nulla, d'accanto
è pari in ostinazione come d'amare
a fermarla

venerdì 28 novembre 2014

ore fa

**********16 ore fa*******************
Mi avvolgo in un bavero di pioggia
Mi sorpendono i fili che forse
Tutta notte aspettavano
Non me, certo
Ma forse una forma da amare
E dentro, pensieri come chi ama
Dentro un passo, leggera
La pioggia, stamattina
Rimane.

********14 ore fa*************
Si rinnova un tempo di Natale
Di sole attese
Di tutto negandomi
Perché nulla rimanesse
Se non scorze di mandarancio
Frizzando anch'esse, sospese.
Piove ovunque, e mi confondo
In un preannuncio di felicità bambina.

**********13 ore fa**********************
Non va bene una superficie per vivere
Il fondo irride e attende
Sembra di toccare
Con mano di sola trasparenza
Spezzata.
Scambiamo certezze in cerca
Di un fondo che sostenga
A galla, seguendo a strascico
Una vela consapevole di tristezza
Come un mare ti cerco
D'onde dolenti, spesso
Ché sai di scie e anfratti
Che i fondali accendono.

*********10 ore fa******************
A volte vorrei, solo,
Far scudo tra gli occhi e la sera
Mi pesa, allora
L'anima che non sa felice
Ignorare le ruvidità del volo
Tu sei di là dalla sera
Dove vorrà il cielo
Sulla mia terra listata a fiori.

martedì 25 novembre 2014

mi vena de tu dire, su benu

mi vena de tu dire, su benu
ca cert voti para c'un zi cumporta
iddu vena, su benu, e s'apprisenta
com na gulìja ca lassa u signu
com na macchja sub a pedda
ca a mi guardari i mani
mi penz ca si ti toccu
ti culura sa tentaziona
e t'abbrazzare com fa u cielu
quannu s'appiccia de tantu sulu

ma tu mi ncanti e citta
com e ttìja mi staju
e ti vasannu nta nu pizz
a risu minni vaju

mi viene da dirtelo, questo bene
che a volte sembra non si sopporti
viene, questo bene, e si presenta
come una voglia che lascia il segno
come una macchia sulla pelle
che a guardarmi le mani
credo che se ti tocco
ti imprimo la tentazione
di abbracciarti come fa il cielo
quando si accende di tanto sole

ma tu mi incanti, tacendo
e come te rimango
poi, baciandoti nell'angolo
di un sorriso me ne vado.

e vivo, forse, la lentezza della notte

e vivo, forse, la lentezza della notte
come avvolta in un grano eterno di rosario
segnata da improvvise scie, ed innumeri,
di poi assidue, legate a un cielo
di stelle appena velandosi
o mi stringe un pensiero, poco altro
forse l'offerta, profonda
di un pegno in una mano
e stretta, con forza che seppure
delicata si ostina
così mi confronto, senza un tempo preciso
che mi indichi confini di questi silenzi
di questi richiami a sabbie
e ghirigori senza versi
fatti di carte
carte che cedono alla notte
biancori di breviluni e radi,
accenni di barlumi
bisognerà che passi, anche questa notte
un'altra, tra rosari di assi
e lucori in piani di rotaie.
Null'altro che notte,
prima che torni,
di tanto resto.

domenica 23 novembre 2014

Alla vecchiaia mi fanno 'sti scherzi...

Alla vecchiaia, una pagina su una antologia, assolutamente per caso, nel senso che me ne ero proprio dimenticato. Infatti la pagina me l'ha fatta avere l'amica Angela Greco - curatrice del blog 'Il sasso nello stagno' - dopo che si era presa la briga di inviarla al concorso 'Tra un fiore colto e l'altro donato', della Aletti editore. Beh, i concorsi non mi interessano, non più di tanto, e nemmeno la pubblicazione, comunque grazie... e non riprovarci.
Eterno.
Tra un fiore colto e l'altro donato
l'inesprimibile nulla.
Giuseppe Ungaretti,  da 'L'allegria'.
E ora punto dritto al Nobel, visto che a Peppe non gli è riuscito...

Ti chjamàssa acquatìna

Ti chjamàssa acquatìna
eccussì, com fa a matìna
quann s'addùna
c'unn è cchjù cosa
tricàre ccu a notta
e subba i pàmpini ci stricàssa
ccu sper 'e sul, tanti, 'e l'asciucare
com fa u jùrnu quann passa
e de l'occhj to' minn'addimanna
u pecchì 'e s'acqua ch'i vela
com si già un t'abbastàssa
a sira ppe' tantu chjantu.
Allùra m'assèttu
e subb i jinòcchji ti jòcu
com s'a sira mai avìssa de venìre
Tu rimani eccussì
com a cosa cchjù bedda ca ti volìssa dire
ma è n'ura ca si senta sul u coru
e mi para brigògna nzurtàre
sa pàcia 'e l'anima ca vatta
ccu paròli.

Ti chiamerei rugiada
così, come fa il mattino
quando si accorge
che non è più cosa
da insistere con la notte
e sulle foglie sfregherei
spere di sole, tante, da asciugarle
come fa il giorno quando passa
e degli occhi tuoi mi domanda
il perché dell'acqua che li vela
come se già non ti bastasse la sera
per tanto pianto.
Allora mi siedo
e sulle ginocchia ti coccolo
come se la sera mai dovesse venire.
Tu rimani così
come la cosa più bella che ti vorrei dire
ma è un'ora che si sente solo il cuore
e mi sembra brutto rovinare tanta pace
dell'anima che batte
con parole.

sabato 22 novembre 2014

I mani stamatìna si jùncinu

I mani stamatìna si jùncinu
A sipàla, c'un zi vìdinu l'òcchji
Litàti 'e d'acquatìna
U benu vìncia semp subb'a ràggia
E basta c'aspèttu com sàcciu
I jìti tòj a si mpilàre nti mèj
E s'appicciàre come sper 'e sul cadènnu
Nti parmi apèrti, di mej, ca cchjù nun zèrvinu
Ar'ammucciàre ccù a scarda d'a vrigògna
'e l'òcchj vasciàti u funnu 'e l'acquatìna.


Le mani, stamattina, si giungono
a siepe, ché non s'intravvedano gli occhi
velati di rugiada
L'amore vince sempre sulla rabbia
e basterà aspettare come so
le tue dita intrecciarsi tra le mie
e accendersi come spere di sole cadendo
sulle palme aperte, le mie, che più non servono
a nascondere con la scusa della vergogna
il fondo di rugiada degli occhi chini.

venerdì 21 novembre 2014

Rimane il sapore delle nocche

Rimane il sapore delle nocche
Sul piano affatto incline
A incomprendere
Siedo a notte
Sul suolo dell’anima e tra lo spazio
Solitario di presenze
Dove la scelta si alterna
Tra l’espressione disonesta di essere
Poesia per chi la sente
E memoria scardinata
Di tassi d’interesse e percentili
Se questo è vivere
Sarà mestiere del tempo
Farsi casa nella storia
E per nulla al mondo
Concedersi alle stagioni e alla vanità dei cambi

Tra il buio e le dita
La notte che non scambio
E i rintocchi
sul piano in cerca
di fughe a tempo deluse
Sarebbe disonesto
a quest’ora
mostrare poesia o altro che non sia
strettamente anima
Solo anima, anima mia.

giovedì 20 novembre 2014

Tulio H.G.: un beso, un bacio

dalle sue labbra ha sempre
la fame dei morsi
il suono più bello
crocca
breve come una corsa
salta
come il bottone di troppo
che tratteneva i seni
rimane,
come di viuzza piena
a fiori ed incatena

ché giocano, i visi
dietro dita e grate
e le voci
quelle sanno
di amori con destrezza
e veloci
come nella sua corsa, un bacio

volersi

volersi
è un tempo che non basta più
è perdersi
al passo degli angeli
sentirsi
addosso la via
come un peso che moltiplica
aneliti ed anime
sono strade infinite, e senza nomi
i volti della speranza ne reggono i destini
tu non perderlo, quel filo
raro
saprà condurti, complice di arrivi
e non lasciare che si confondano
le mete, se ti sembreranno ordinarie
o di poco conto
non domandarti il perché
né del volo né della sua conquista
ti basterà sempre così poco:
guardare avanti e sciogliere le ali...

martedì 18 novembre 2014

oggi mi manchi

oggi mi manchi,
mi manchi nell'alterarsi stanco
della tua voce in un telefono malfermo
sono passate già, conoscenze antiche
voci che non si sentivano più, da tempo
a chiedere nel tuo viatico
posto per un saluto ai cari
come facevi tu
cercando un ritaglio nelle valigie di chi partiva
per un ricordo ai figli lontani

spesso, amato e solito, un pezzo di pane
che parlasse di casa
ora si ripresentano, inquieti
i giorni dell'attesa
e nulla ti richiude
c'è sempre quel tuo sorriso tirato dell'ultima ora
quel tuo 'non ho paura', a breve consolazione
oggi che non so più perché già te ne andavi
sin da quando eri d'accordo
- così lasciavi sperare -
su un'altra primavera
un'altra almeno
senza clamori di rondini festanti
e senza un tetto di muschi odorosi
no
ne è rimasto il disegno di una bara
così preciso, al centro di una stanza
e piena della tua salma
di madre onerosa di pensieri
troppe volte a tormento
di questa tua vita
lunga solo d'anni
e breve, troppo, nel cedere al disincanto
anche ora, che da lontano, in qualche modo
il tuo saluto mi ritorna, tacito
e di sola luce, breve.