giovedì 31 dicembre 2015

''Sono angeli che indossano camici'', Libertà, 31 dicembre 2015.

Sono passati più di sei mesi da quel 19 giugno 2015... Non avevo mai sentito così vicina questa piccola città che spesso ho definito 'dei silenzi'. I silenzi sono un patrimonio, quando non un privilegio. Ribadisco il grazie della mia famiglia a Piacenza, a questi angeli quotidiani che qui lavorano e si donano a chi soffre, e a tutte le compagne e i compagni di viaggio di questo lunghissimo 'percorso' di Matteo: i loro nomi sono stampati con caratteri indelebili nei nostri cuori, nelle nostre menti, nei nostri pensieri, nomi che ci teniamo stretti, come un segreto dai sigilli inattaccabili. Quei nomi importano e non importano: coloro che li 'indossano' sanno, e un filo ci unisce, che è attesa, è speranza, è quanto abbiamo condiviso dentro e fuori delle stanze che ci hanno ospitati. 
Buon anno a tutti, buon 2016 a tutti questi angeli, lo meritano davvero.
Gli Amoruso.




martedì 22 dicembre 2015

camminiamo per mani

camminiamo per mani
lontane
di silenzi e magie
onde animose
rincuorano
nell'avversità dei passi
verso l'alto guarderemo
sempre attesi
a una speranza
che rapida
anche in volo riposi
come l'allodola
quella che mai
dicono
il suolo la tocchi.
20.12.2015

sabato 19 dicembre 2015

col desiderio d'innalzare sorrisi

col desiderio d'innalzare sorrisi
fieri
come monumenti alla speranza
cerco nei silenzi
nelle ricordanze
i fili che uniscono
i cieli e le stanze
a volte
rido di me, rido di brutto, rido di matto
ma tutto è dentro
come uno sguardo che non nasce
un fiore che non vola
una pace in cerca d'asce
da dissotterrare
come un non noli (1)
un non velle (1)
un non posse (1)
i ricami di stelle
tra volte, tra l'altre, tal'altre
s'ascondono in bordure
d'uncinetti
di lavori sì fini
che carezzarle è un attimo
è quando le stelle non resistono
e diventano donna,
e corpi
e amori
debordo, lo so
come un finale indistinto
un affondo di parole.
1: mi andava di scrivere così, sbagliando.

mercoledì 9 dicembre 2015

Chissà...


Chissà, chissà perché tra tutti i miei figli sei stato proprio tu quello che tenevo sempre in braccio, quello che piangeva così spesso e non riuscivamo a capirne il motivo... sempre in braccio, al punto che tuo nonno, mio padre, un giorno sbottò dicendomi di metterti giù, che così mi spaccavo la schiena... chissà... chissà perché gli autunni si annunciano da così lontano e mai ci sogneremmo di intenderne l'avviso in una foglia che appena appena mostri una screziatura di giallo, un accenno di variazione nel suo stato. L'autunno è dentro, e lo sento profondamente come non mai, solo vorrei che fosse solo mio, mio, e che questa esclusività assoluta potesse proteggervi, tutti...
C'è un'ora nella sera in cui il dolore, la sofferenza, le paure, si ritagliano un luogo preciso, io lo osservo quel posto, quel luogo preciso che si insedia in tante cornici, tutte della stessa dimensione, ricavate sull'ala opposta di questo ospedale. So che anche tu li vedi, quei riquadri con anime in attesa e corpi che, dove più, dove meno, lottano. Avviene in quell'ora paurosa in cui la sera impone il distacco, la separazione dei ruoli e delle dimensioni.
E' l'ora in cui i visitatori tornano, in una maniera o nell'altra, comunque inversamente proporzionale alla distanza dal dolore, alla propria esistenza, quella è l'ora in cui mi parla la sera. Tu la intendi, quella lezione, e ogni domanda che ne consegue, ogni speranza che ne deriva, tu così vigile nei tuoi giovani anni, così pochi che contarli è un attimo quasi quanto viverli.
Forse era per questo che ti tenevo sempre in braccio, quando eri una foglia così tenera che non avevo modo di immaginare o sapere.
Chissà, se ora so, se mai saprò, anche oggi che ti guardo in uno dei tuoi tanti letti e mi ripeto quello che ti ho sempre detto: 'deve essere bellissimo essere Matteo Amoruso...' Tu non mi hai mai risposto, solo una volta mi hai detto che non c'è nulla di bello ad essere Matteo Amoruso: non ti credo, nemmeno ora.
Papà.

martedì 8 dicembre 2015

indovino dei rami il dolore dello stacco

indovino dei rami il dolore dello stacco
di fronte gli occhi ho sempre
lo stupore delle foglie
quando tocca a loro
il tempo dell'addio
distano sempre i rami
a svettare
a fatica
sulle sofferenze umane
perché sappiano
d'umano
la rescissione del fogliame
e quanto lento
e restio d'abbrivi
sia raggiungere
a terra, la meta.
Di foglie s'innerva
la mia attesa
e come d'autunno, passa
avida di silenzi
sommessa.
***
Io vorrei essere inutile
come un ramo che non ha più vita
trascurabile
come una via senza uscita
e liberare
lo spazio d'aria
tra vita e parole.

domenica 6 dicembre 2015

La notte accesa

La notte accesa
un'altra volta di cielo
indovinando stelle
da presso
il corpo delle nubi preme
e scende negli occhi
da scanalature
solchi
riandando
alla stagione che si presentava
ridente nei suoi doni
ora,
ora invece
greve è lo sguardo
e la stagione silenziosa
fumiga
di là dai vetri
inafferabile
tra nebbie
e luminarie
di soli freddi
mai tocchi, di tanta luce.
*
Tiriamo a riva le speranze
e i canapi striano
i dorsi
dei marinai
teniamo il sale
da parte
come una forza
rara
concessa dalla sorte
abbiamo motti
che sussurriamo
a parte
finché si perde
nella notte
l'ultimo pensiero
quello a difesa sulla riga della porta.
**
Ci sorprendono foglie
che hanno scelto il mattino
per esistere
per contagiare con speranze
altre foglie che domandano
in aria
appese al loro stesso freddo
quanto tempo le separa
dal suolo, dalla fretta, da una folata
improvvida di vento.
6.12.2015


venerdì 4 dicembre 2015

rimango qui

rimango qui
a segnare la pena
dove mi ha portato
questo fiume
la sua vita
d'imperio
la piena
Travo, PC, albero da chissà dove, nel greto del(la) Trebbia.

le mani

le mani
nella loro padronanza
lente
quando smette la ricerca
e spiove
come a non finire mai
in ogni linea esatta
tracciata tra le tessere
acciottolate
umori che scorrono
dove era prima
la polvere nel suo dominio breve
è un tempo che ho amato
un tempo che si è insinuato tra gli anni
negli incroci esatti di pensiero e carni
ora è il tempo che cede le foglie
e non si leva più il vento
stanche vele si mostrano erranti di disarmo
se le mani
esse sì
rimangono
consce di doglianze
di attriti
di crepe avverse che minacciano
dorsi e spazi tra le dita
dove più il dolore sconfina nella pena

un altro tempo attende
il caldo nelle vele
acceso un vento
confuso tra i rincalzi

credo che vada a esplodere
gonfiandosi in un tempo
fatto di sogni ricamati
in quella lacrime e il suo velo.

lunedì 30 novembre 2015

Veglia d'anime;

Veglia d'anime;
domani,
tutto in una parola sola:
domani,
anima mia.
Le mani sono tese
e sono pronte le lacrime
e le risa
le paure a passare
le gioie a venire.
Scorre un tempo trepido di attese
un tempo interminabile
che centellina speranze.
Di là dai vetri la stagione è mutata
abbiamo visto le foglie inorgoglire sui rami
e poi svanire,
nel tempo rapido d'un vento senza repliche.
Siamo rimasti a guardare
come da dentro
senza nulla dire
senza altro attendere
soli e appesi a una speranza
a una parola unica:
domani.

sabato 28 novembre 2015

si avvicina il giorno

si avvicina il giorno
il suo passo è soldato
le parole tra noi diradano
compresse dai significati
momenti di oppressione
un vuoto paure lampo
poi ritrovo i tuoi occhi
tastando il buio fino in fondo
e riappari
giovane di sorriso
come se ti fossi allontanato
un solo istante, ma ora e così
basta a gelare il sangue
anche sentirti guardare distante
si avvicina il giorno
e non altro forse
trattengo
che pochi punti di riferimento
sarò gabbia di te, Tìo
fino a quando
come tu dicevi
'i polmoni saranno pieni di cielo'
poi ti lascio libero, angelo mio.
Promesso.
Papà.
Il giorno è il giorno del trapianto: 'i polmoni saranno pieni di cielo' è la frase di Matteo (Tìo) che i suoi compagni di classe hanno scelto per farla incidere su una medaglietta che il 'leoncino' custodisce gelosamente.

martedì 17 novembre 2015

un sole eroico e quotidiano

un sole eroico e quotidiano
strappato ad un tempo di indolenza
di mari oscuri di parvenze
una distesa d'angeli
e in croce quattro ciottoli
a salmodiare ridondanze
fermarsi così
come una linea a forza
segnata tra due tessere
e grazie, quindi
di tanta polvere
di tanta sabbia
fino a quando tutto sarà
come un tacito deserto
battendo nel cuore
come un tarlo senza luogo
un pendolo infisso dentro il tempo
finché il pensiero non svetti
alto sopra ogni desiderio
così, con un volto che appare
e si piega
sullo stelo
con un corpo che gioca
col suo stesso
insindacabile dolore.

mercoledì 21 ottobre 2015

inseguire a ritroso fin dove nasce il vento

inseguire a ritroso fin dove nasce il vento
e custodire in palmo di mano il fuoco tremulo della vita
nella notte che dentro di te dorme
illuminare gli angoli
e far luce sulle paure remote che ti costringono ad un letto
parlo all'infinito
in questo luogo attento di cautele
dove gli aghi sterili rubano la scena agli aghi fragili dei pini
you'll never walk alone ti ho detto
non sarai mai solo
mai,
mi ripeto,
per sorprenderti e sorprendermi
che tu non conoscessi questo urlo
you'll never walk alone,
è un mio diritto, angelo mio
il diritto di ogni padre
 E non saperti, 
in  ogni istante,
questa è la solitudine che non accetto.


''You'll never walk alone'' è il motto dei tifosi del Liverpool; Matteo, stranamente, non lo conosceva, o non gli sovveniva.

Ungaretti

tutta notte in veglia
ho fallato
tra le fila del male
voi due dormivate
ora è luce
diffusa
di qua, oltre i vetri
la domanda ancorata
ritorna
di che male voi siete,
fratelli?

lunedì 19 ottobre 2015

I cani bagnati odorano di tristezza...

Giornata 120, pioviggina. Matteo e Simona, per la seconda volta compagni di stanza, guardano la pioggia dalla finestra sigillata e parlano degli odori della pioggia, degli odori che amano, degli odori che vorrebbero tornare a sentire. Li guardo guardare e cerco di salire sui loro sguardi, per viaggiare tra i fili di pioggia che uniscono il cielo e la terra. I fili di pioggia si sono fissati, cielo e terra sono fermi, sento il respiro che posa sui vetri, proviene da quella pioggia, e cerca le anime di questi ragazzi. Mi sento vecchio, clandestino, ma forte, non posso non essere forte. Per la seconda volta gli si è staccato il cvc durante la notte. Qualche minuto di abbattimento, e già il leoncino non ci pensa più, affronterà anche questa, passerà anche questa. Matteo non credo che stia guardando fuori, ma oltre, è lì che deve puntare, mentre lo sento che parla degli odori della pioggia, delle strade bagnate, dell'erba, di tanto altro che è precluso da porte e finestre di questo ospedale. Sento che dice che i cani no, che i cani bagnati non gli piacciono. Dice che i cani bagnati odorano di tristezza. Come dargli torto? Anche i poeti qualche volta hanno ragione. Certe volte, come Matteo, che non finge mai, ne hanno da vendere...
(immagine dal web)
i cani bagnati odorano di tristezza
i cani bagnati camminano ai margini delle strade
i cani bagnati hanno credo una triste certezza
seguire a distanza una linea sincopata
che impedisce alla vista l'altro lato della strada
e grande una speranza
di pendere d'incanto da una mano amica
che cammini a fianco...

sabato 17 ottobre 2015

a fianco, nuvole sempre più azzurre

Forse dovrei correggere queste cose che scrivo troppo in fretta, senza filtro alcuno, così, giusto per vizio, abitudine o malaffare (?). Ha ancora senso essere 'naif', originali, 'automatici'? Non so rispondere, ma non ho altro modo di annotare cose, se non astenermi dal farlo, soluzione non deprecabile. Raramente, qualcuno mi ha manifestato apprezzamento per queste impronte che vado dimenticando in giro... fa piacere anziché no, certo, ma non è quello che cerco. Vorrei trovare un senso per queste cose che non considero 'scrivere', 'scrittura', vorrei capire perché ho cominciato a segnare carte e a volte muri, pareti comunque, con questi miei 'segni'. Certo, da bambino, poiché da allora ho cominciato, mi attraeva l'idea, e l'ideale, del poeta, un po' pazzo, un po' maledetto, il sogno di un accenno di libertà realizzabile forse solo grazie ai tentativi di avvitamenti 'pindarici', un modo forse come un altro per sfuggire alle paure dell'infanzia, ai torpori, ai lunghi sonni, alle giornate fatte di distanze siderali dalla vita e dalle sue realizzazioni. Forse prendere in mano carta e penna  è stata una lusinga come un'altra, magari meno pericolosa o rischiosa, sogni leonini affidati alla carta, chissà. A distanza di quasi cinquant'anni continuo a non capire. Non è una cosa seria, forse. Magari è la fatica a non piacermi, il 'labor limae', vai a sapere. Nemmeno in questo tempo di pubblicazioni da pochi euro, e da meno di mezza lira, mi viene in mente di raccogliere tutto questo frascame che ho appuntato in giro... è più forte di me. Io non capisco nemmeno me, tutto qui, e allora, di nascosto, senza freni e con la massima rapidità possibile, rilascio questi scarabocchi, o graffiti di dentro, quando la mia anima, fine o trogloditica non importa, non può più farne a meno. E' la verità, e non so mai cosa comporta, questa meraviglia di nuvole che non so dire.

a fianco, nuvole sempre più azzurre
e belle, da inseguire
nel loro moto di zucchero filante
è poi un attimo
se tutto smette intorno ad uno stecco
e non rimane che lo sguardo piccolo degli astanti
gli occhi affissi al cielo
una mano che si leva
l'altra che porge il tesoro di una moneta,
la fiera della vita
le spalle alte a digradare
e al di là, il banco dell'imbonitore...
càpita, il ricordo delle dita
impresse nel vello dello zucchero
di qua dal cielo
e assaporare
amaro
un tempo che già si svincolava
poi la festa improvvisa si rastrema
e verso l'alto è perso
il volo della palombella
come un anelito
una puntura di stelle...

giovedì 15 ottobre 2015

John Montague, la trota

Domani Matteo torna in ospedale, la breve licenza è finita; da domani di nuovo piantane, prelievi, terapia, fili di lana minacciati... rovistando nel pc ho ritrovato questa scansione di una poesia annotata chissà dove, chissà quando, da quale libro e su quale non saprei dire. Deve essere successo molti anni fa, in una delle mie rare concessioni alla lettura di poesie. Non ne leggo, infatti, per quella mia preadolescenziale decisione di non leggere versi per non rimanerne condizionato. Fisime, nulla più, alle quali sono rimasto però fedele. Ho riletto questo 'la trota', per due volte, e vi ritrovo qualche motivo della mia strana giovinezza, di quando forse avevo paura di diventare, intanto che essere mi fuorviava. Il tempo, bontà sua, è passato, e di lui, insieme a lui, vorrei avere ragione. Ma sono sempre il solito, dico 'ragione', e nelle mie ambiguità, lessicali e di tempi, mi perdo e mi gioco: qualcosa, sempre.
Fine della licenza, domani.

Lasciarsi cadere il tempo

Lasciarsi cadere il tempo
con malizia dell'attaccante
addosso
doppiando
gli strattoni dei nugoli d'avversari
e sfiorando il suolo sentire
la rarità dell'attimo
ormai prossimo all'impatto
Poi con dolcezza ascendere
e a foglia morta infine
posare
il pallone nel sette
come una antica punizione
sapendo di quel mestiere eterno,
la solitudine del portiere.
14.10.2015

'Punizioni a foglia morta', le calciava, magistralmente, Mariolino Corso: il pallone superava la barriera e poi improvvisamente, come svuotandosi, si posava nel 'sette' (l'incrocio dei pali), alle spalle del portiere, 'incolpevole' fino a quando il cronista non decideva che avrebbe potuto fare di più per non essere trafitto.
Metaforicamente, o forse no, allusivamente.


lunedì 5 ottobre 2015

Io, Matteo Amoruso, nato il 5-2-98, giusto?

Non c'ero arrivato, e ammetto che non ci sarei forse mai arrivato. A volte vedere le cose da dentro non aiuta, o, peggio, fuorvia. Matteo scrive le sue riflessioni sulla malattia, le scrive con la forza lucida dei suoi 17 anni, e scrive cose che potevo solo immaginare. Non mi perdo in complimenti, ai miei figli non ne faccio mai o quasi. Spesso, scrivendo, si rivolge ad un immaginario "Lettore": " tu, lettore..." Questo a me non quadrava, non piaceva, gliel'ho più o meno detto... Mi sembrava eccessivo, dopo tutto lui non scrive per pubblicare. Non capivo, forse in quanto parte coinvolta, per così dire. A Francesco invece quel "tu lettore" piace. Qualche giorno fa Matteo mi ha domandato se sapessi chi fosse quel "lettore"... Quel lettore è lui prima di ammalarsi, facciamo fino alle otto della sera del 19 giugno... Glielo ha detto un certo Franco, il regista della compagnia amatoriale con la quale Matteo ha cominciato a recitare. Io non lo avevo capito, non c'ero arrivato. Come ci sono rimasto? Bene, e male, ovviamente. Brave queste signore, lo hanno lasciato dormire, il letto glielo rifanno più tardi. Piccole accortezze che si possono solo apprezzare. Questo l'ho capito. 
Sono 109 giorni, lo guardo ma se ne accorge, lo guardo e farfuglio qualche risposta alle sue domande. Perché vorrei domandare io a lui cosa ci facciamo in questo ospedale, con il suo letto a casa, vuoto...
La domanda con la quale Matteo inizia questo pezzo che ho scelto a caso è quella che il personale dell'ospedale deve formulare, comprensiva anche del luogo di nascita, prima di iniettare le dosi di chemioterapici. E previa firma di entrambi i genitori, in caso di minore età... Così è.
IO
"Matteo Amoruso, nato il 5- 2 -98 giusto?"
Me lo ha detto Corrado oggi, mentre mi faceva la trasfusione di sangue.
Matteo Amoruso, nato il 5- 2 -98 sembra una definizione valida.
Matteo Amoruso, reparto ematologia, stanza 3 lo sembra altrettanto.
Io sono ciò che prima non ero, mai sarò di nuovo. Non preoccupatevi, non ho subito traumi, sono solo cambiato, del resto non lo sei neanche tu, Lettore, ciò che eri prima di ciò che hai passato. Panta rei, come diceva Eràclito (o Eraclìto, secondo il mio vecchio prof di filosofia, anche se detto da lui suonava più come Ehhaclìto, per via della sua erre del tutto particolare).
Sono Matteo Amoruso, e 53 giorni fa, il 19 giugno 2015 (come direbbe mio padre) "mi è caduta una tegola sulla testa".
Ogni goccia che cade lascia con sé un rumore sordo.
Da lontano è un sibilo, ma poi, avvicinandosi, se ne scopre la potenza vitale e distruttiva; del resto ogni cosa, persino un granello di sabbia, ha una dimensione solo da un certo punto di vista.
Le dimensioni in questa storia non contano, conta la distanza a cui ti trovi rispetto a quel granello, ed io vi ero esattamente sotto.
Quel granello per me è un macigno, ed ogni cosa ad esso legata immensa mentre io rimpicciolisco.
(Ah! Adoro il relativismo con cui la vita ci pone sempre a dura prova!)

***(ho preso le due pillole di mercaptopurina, le ultime di oggi. E' di nuovo notte e di fronte a me si presenta un nuovo quadro, in continuo rinnovamento. Da qui, fermo, si apprezza ogni singolo movimento, ogni singola mutazione del mondo esterno. Del resto di questo si tratta quando si parla di vita: movimento, rinnovamento, mutazione)***

Sono qui, seduto in una stanza che dà sul mondo, ed ora che mi è di fronte mi accorgo di quanto sia grande. Non siamo abituati, a ritrovarci piccoli di fronte a ciò che ci accade. Senza saperlo la nostra superbia non ci fa accorgere che siamo granelli di polvere assai prima di scomparire.
Io sono un semplice seme di soffione che cerca la terra dopo essere stato travolto dal vento. Tu Lettore, oggi uscirai di casa, magari sentirai una lieve brezza sul volto, una di quelle brezze serali tanto piacevoli in questo periodo. Nel tuo sollievo lontano da questa calura estiva, quella stessa brezza ha travolto l'esistenza di un soffione.
Ma tu, Lettore, dopo la passeggiata serale continui la tua vita tranquillo, giustamente il dramma di un soffione, come la distruzione di una goccia, sono cose che non ti toccano.
Sono piccole cose, cos' 'e nient'.
Oggi, dopo questa tua passeggiata serale accenderai la tivù. Magari vedrai quelle solite pubblicità di bambini africani. Lettore, io so già che non te ne potrebbe importare di meno di un volto emaciato (sempre lo stesso) su di un televisore come del resto mai è importato a me, cambierai canale.
Eppure Lettore, quel volto non è l'immagine di una goccia, è il volto di un umano come noi due, cosa ti rende difficile interessarti alla sua causa, patire la sua sventura con lui?
Mentre sei disteso sul divano a guardare al telegiornale tutti i bollettini di guerra, i decessi, le violenze che ci propinano in tivù forse ti sta leggermente calando la palpebra. Fai altro, nessuno ti obbliga di farti carico delle pene del mondo, nessuno pretende da te le sofferenze di Atlante, in fondo non sei tu la causa dei mali che ci affliggono.
Ma cosa causa la tua ignavia? Perché non sei più andato a porre fiori sulla tomba né lo hanno più fatto i tuoi familiari, lasciando che un lontano parente o amico venisse dimenticato?
La distanza.
Quel bambino africano è lontano, troppo perché al nostro occhio non sia un granello, forse del tutto simile ai granelli delle sabbie in cui vive. Noi viviamo al caldo e abbiamo tutto quello che lui potrebbe desiderare, in che modo potrebbe toccarci la sua fame? Su questa Terra in fondo siamo in troppi, no?
Oh, le solite sparatorie lungo le vie crepate di qualche paesello al sud. Granelli anche loro, probabilmente quei ragazzi se la sono cercata, semi scossi dal soffio gelido della morte che ora volano e posano le loro radici nell'Ade.
"Poveri i siriani! Mi dispiace tanto per quei poveracci che vengono invasi dall'ISIS!"
Ma fino a quando rimangono in Siria, sono solo ombre nel buio.
E questo anche io e tutti noialtri siamo.
Uomini in balia del caso.
Torna, torna a casa Lettore, accendi la tivù.
Forse troverai una pubblicità progresso sulla leucemia.
Guardala.
Annoiati.
Cambia canale o aspetta che finisca per goderti il tuo programma preferito.
Ebbene, hai reso anche me cosa lontana, un'ombra dissolta nel buio come lacrime nel mare.
Io sono Matteo Amoruso, ricoverato dal 19 giugno per un linfoblastoma di tipo T acuto.
Un malato.
Un leucemico.
Un essere umano.
Eppure, un'ombra.
Un soffione.
Una flebile traccia.
Ogni cosa ha una dimensione solo da un certo punto di vista.

***(Tra meno di una settimana saranno due mesi di permanenza. Chiamatemi Giovanni Drogo, il tenente irrimediabilmente legato alla sua fortezza, da cui mai riuscì a separasene fra false speranze e sfortune.
Io li vedo, i tartari, i temibili barbari del deserto, che sfilano tranquilli in abiti estivi. Vanno, vengono, fanno visita ai parenti ricoverati, o magari per curarsi loro stessi. Ignorano la bellezza del poter anche solo camminare nel sole. Questa è la mia fortezza, da cui lontano mi congederò. Sarei dovuto uscire giorni fa, ma non ho più potuto per motivi di sicurezza. Uscirò forse fra cinque giorni (da quando sono stato male la parola forse è diventata una delle poche costanti della mia vita, strano, l'incertezza è diventata la certezza.) I tartari non capiscono la distanza fra i nostri mondi, il capovolgimento dei pilastri che reggono la nostra vita quotidiana, in un cambiamento irreversibile del punto di vista.
I tartari, come nel libro dei Buzzati, non verranno.
I tartari stanno bene di salute, la loro vita non è stata fermata da un terremoto come gli orologi.
I tartari sono troppo lontani.)***

Forse leggendo ti sentirai piccolo, chiunque tu sia. Io lo spero, di riuscire a trasmetterti la grandezza di un mondo che per me si riduce a pochi metri quadri. Farti sentire parte minima di questo sistema che è la vita è il mio obbiettivo, perché tu, Lettore, possa ammirare tutte le cose che possiedi.
Cose immense e meravigliose viste da qui.
Come saltare.
Vorrei saltare fino al soffitto.
Romperlo con una bella cozzata di testa.
Sono piccole cose, anche stupide, ma ora si sono fatte immense, ora che non riesco neanche a sollevarmi da terra.
Voglio scrivere bene per poterti rendere simile a me, minuscolo, per farti ammirare la vita che ti pervade.
Io sono questo.


***(Domani il mio compagno di stanza Gianluca uscirà per due settimane. Si godrà i tanti piccoli piaceri del quotidiano e ciò mi riempe di gioia. Vedere un uomo riaffacciarsi sulla propria vita dopo averlo provato fa sentire bene già solo per lui.)***

un rigore di antiche scale

un rigore di antiche scale
sulle soglie del fare impedisce
e dare è sempre
più umano
ma triste
è la portata di una mano
quando stinge la forza
e del dono non rimane
che un dolente desiderio

erbe di tempi amicali
rompono gli indugi di crepe
e il cemento che si stacca
urge sulla pelle e urente
diventa la ferita
dove il mio tempo è passato
crescono silenziosi i manufatti
alieni
d'altra epoca
d'altro tempo
così, di passo
sento che mi allontano
come una voce in cerca di riparo
e di tanto cielo che mi attraeva
null'altro che una pioviggine
che pure amo
mi assale.

sabato 19 settembre 2015

Vedi, quello che mi passa in testa

Vedi, quello che mi passa in testa
come una bicicletta antica
ormai senza pedali
è la memoria di un poeta
senza falde
gonna
senza cappelli
tese
tutto moda
come un negozio
di offese
una memoria
come una mano
distesa
dove tutto scivola
anche la parola più bella
che sarà madre amore figlio
non saprei dire cos'è
né cosa possa pensare
e perché
quando ride
un poeta
che forse non pensa che nulla
o chissà lo possiede solo ardito
uno spirito
un nulladicché
solo sillabe
e lui ad obbedire
ad ogni fruscio
quasi un lacchè
che leccando i perché se ne va
ma dentro l'anima in fine
dove fioriscono
i nontiscordardime
poiché
altro luogo non ha o nonò
che te
smarrita e finale
desinenza di me.

19.9.2015

Siamo dentro il silenzio

Siamo dentro il silenzio
Occhi ad altezza d'omeri
Braccia lungo linea
Mani che si ostinano
Cercando un fuori campo
Ah- se solo fossi a modern
Northamerican poet quante cose potrei
Dire e volendo anche
Violare accondiscendenti grammatiche
Ma sono qui, sperduto di provenienze antilucane
E fatto sera, innegabile e verdastra
Parete buona per ogni ospedale
Anche di questo
Dove ci serrano
Porte
Finestre
E tigli di fronte che in filare
Silenzioso
Sembra che capiscano
Il forse in cui intristisco.

15.9.2015

Il nostro cammino di ronda comincia

Il nostro cammino di ronda comincia
Quando tutti cercano il sonno
Quasi come il piacere della dimenticanza
E si continua
Scambiandoci di mano
Forse esiste un verde ospedale
Sarà questo, di corridoio
Ad angolo retto e finestre bloccate
Come un respiro che non si può sprecare
Un anelito che non si può scambiare
Un vetro a blindare il tuo passo
E la sera
Come una conchiglia che si accanisce.
Mille volte ho viaggiato nei tuoi occhi
E tu a condurmi, con la purezza che non ti ho mai detto
Per non macchiare quella parte migliore di me
Che di padre in figlio hai saputo salvare.
Facciamo per mano
Il nostro cammino
Di ronda e d'ospedale
E sono qui
Come un silenzio
A tenerti la mano.

16.9.2015

domenica 6 settembre 2015

esci dall'acqua, e porta in cielo le tue piccole labbra

esci dall'acqua, e porta in cielo le tue piccole labbra
nere di tanto mare
nessuna lingua nuova ti insegnerà altro tempo
solo quella impastata di sale
e resina che stenta ti rimane
a rapprendersi
fresca dei pini della tua terra
spalmandosi per assi
che fossero
piani verticali
per imparare a scrivere
ad ascendere
a correre ad apprendere
il solletico delle stelle
esci dall'acqua, piccolo
nessuna madre può più dirti
delle tue labbra nere
delle dita bianche come il sale
degli occhi chiusi nella sabbia
nessuno e nulla
non credere
a noi
a nessuno più
alla nostra pietà volatile
abbiamo unghie incarnite d'occidente
e peli doloranti, noi
e non abbiamo tempo
né spazio
non abbiamo nulla
nemmeno briciole di vergogna
che sfamino le rondini
che un dio ti asciughi
di tanto deserto,
piccolo mio.
4.9.2015

ci saranno sempre confini

ci saranno sempre confini
anche tra le lacrime
e le tue piccole suole
indifese sulla rena
si sono capovolte
le tue mani
e mostrano piccoli
i palmi
bastava così poco
fino a riva
un nulla
un quasi
e tutto il buio che invade
nel rogo di un soffione
non c'è nulla da fare
si dirà
e che questa è la vita
non vale
ai tuoi giochi non vale
sei così piccolo
e già sai cos'è morte
morte che cancella gli approdi
è la vita, si dirà
ma è la vita che finisce
e si chiama morte
come se si potesse giocare con i fronzoli
e nascondersi dietro a parole
come avrai fatto tu
giocando tra gli spiragli delle dita
inseguendo innocente
chi ruba vite e vende morte.

4.9.2015

lunedì 24 agosto 2015

nulla che trascenda

nulla che trascenda
l'immobilità del luogo
ha paure antiche
a sapore di fondali
o a volte di cieli
una linea comunque
che demarchi
il passaggio delle correnti
e dove finisce il cielo
sapere
di fermarmi
e attendere
fin che ricomincia il mare
in memoria del golfo di Taranto
chiuso qui nel suo estremo
dove smette il suo messaggio a torto tetro
l'acanto, e ricomincia
la paura dei naviganti nella sua fiera quiete

23.8.2015



sabato 22 agosto 2015

fanno male i segni e si sentono

fanno male i segni e si sentono
i punti particolari del dolore
ma conoscere l'essenza
è altro
è il corpo spiegato
sulla pietra
l'anima avvolta
l'anelito che spezza
del volere e non avere
altro da dare
che il moto
pendolare
degli occhi in una stanza
lontana dalle giostre

rido come te
di lacrime vietate dalle soste
e le tue mani sono bianche
tanto che ne indovino
sotto pelle
lo scorrere del sangue nelle vene

le tue vene
così candide
e belle
che ne carezzo
tutto il dolore che le contiene

sarà altro e altro ancora
e tu, al centro di tanta prova.

La bellezza immobile

La bellezza immobile
Il giro d'asse
Sul chi odo
Fisso
L'immobile bellezza
Il tempo degli averi
Stretti negli occhi
Erostrato, anche questo
Il tuo fuoco
Amaro di Efeso diceva
Forse la meravglia ti perse
A orilla del mar
Los dedos
Nulla
Il rimestio dell'onda
Con occhi di rupe
Mirando verso il basso
Guarda
Sono gli arrivi, vari
Tu non credevi al vero
Sono così
Questi gigli di mare
Lottano senza parole e senza sosta
Sono antichi come il vento
E belli come il tempo da venire
Oh, ma tu saprai credere
E cedere allo spazio fratto tempo
Alla velocità o chissà
A un'altra formula che dica
Di quanta bellezza si compone
Questo tuo respiro di solo vento
Dentro il giglio di sopra tutto mare.

(parole senza ritegno, 1)

giovedì 20 agosto 2015

quanta notte...

quanta notte...
a saperlo, che tutto era qui, il giorno
in un palmo di mano
et maintenant?
sale una tentazione di stringere le dita
di vedere accartocciarsi le linee
segnate a vita, banalmente, così
come se tutto fosse solo sabbia
da trattenere
o vetro da investire
con una risata primordiale
che non dia scampo
né seguito
di tanta notte
e tanta attesa
gli occhi tra le mani
a spiare
poi
poi tutto
è il sempre oltre gli spiragli tra le dita,
poco altro che qui, ed ora:
un miserere
un nunc te cognovi
e occhi che flendo turgiduli rubent
ché altro non sanno
che sognare
che resistere
che saper rinunciare
quanta notte, stanotte, per tutte le notti

lunedì 17 agosto 2015

È l'alba che posa residuale

È l'alba che posa residuale
O la notte di febbricola torna
Ai suoi nascondigli di fogliame
I tigli stamane stringono le mani
Dietro la schiena i rami
Forse dicono dove si attarda il giorno
Anche i vetri hanno sapore di corteccia
E di tanto guardarli non rimangono che nuvole
Meravigliate nel tuo sguardo
A incedere verso la volta che il cielo
Tornerà libero nella tua strada.

È il mondo, Matteo.

venerdì 14 agosto 2015

Che ci faccio io d'altre parti?

Notte fonda, e non saprei da dove cominciare. Forse vorrei fissare sensazioni e accadimenti di questo tempo che ti ha aggredito. Non so da dove cominciare, ci sono tanti punti singolari che affiorano, non saprei a quale afferrarmi. A caso, mi tornano frasi o segmenti di discorsi...
Papà non preoccuparti, fra un po' andiamo via, è solo un mal di pancia.
Si sieda signor Amoruso, va bene anche se entra solo lei.
('Si sieda?' Avrei voluto abbozzare un sorriso, quasi un estremo tentativo di difesa... dire che stavo bene anche in piedi... invece no, 'Si sieda, per favore...' Ma è una ragazzina, dottoressa, una ragazzina non può dirmi 'si sieda', non per il motivo che sta per abbattersi su di noi, su Matteo che è la fuori a parlare al telefonino, né su di me... sei una ragazza, hai i capelli ricci, gli occhi scuri, belli... perché stai per dirmi questo? Perché devo stare seduto per sapere di mio figlio? Non puoi dirmi quello che stai per dirmi di un ragazzo di diciassette anni... non dire nulla, sono giorni e giorni che ho dei brutti presentimenti... non dire nulla e nessuno lo verrà a sapere, passerà tutto, parlerò io a Dio, e lui metterà tutto a posto, metti via quel foglio, non leggere quei dati, non farlo, sei solo una ragazza, potresti essere mia figlia, potresti scherzare con Matteo, coi suoi fratelli...)
Guardi qui, lo sgabello dove sono seduto, guardi qui, i materiali chirurgici, guardi qui, anche le porte hanno un codice a barre, le sedie, le scrivanie, qui ogni cosa è individuata da un codice a barre, guardi qui, lo capisce anche lei... non vedo più i codici a barre, non vedo nulla, oggetti indistinti, volti preoccupati, tristi... 165.000, in cifre, centosesssantacinquemila, in lettere, come nei bollettini postali, è la cifra da pagare o versare, l'oblazione non estingue la pena... vede signor Amoruso? dovrebbero essere massimo diecimila... la prima cosa da fare è ripetere gli esami, sì, ripetere gli esami, ripeterli, ovvio, questi sono sbagliati, inesatti, incompleti, qualche macchina deve essere impazzita, non è nemmeno uno scherzo, è un errore, non mi arrabbierò, è solo un errore, può succedere a chiunque di sbagliare...
No, non potete andare a casa, no, i volontari saranno qui a momenti, l'ambulanza è quasi pronta, la finestra è semiaperta, pioverà, no, non potete passare da casa, non potete perdere tempo, sì, può accompagnarlo in ambulanza, sì, è minorenne, può salire anche lei, ma solo davanti...
Facciamo entrare suo figlio, sì, Matteo è mio figlio, ha diciassette anni, Matteo, Matteo ha diciassette anni e 165.000 globuli bianchi, e qualche raffreddore, nulla più, e questa febbricola negli ultimi giorni, e un po' di dolore all'addome, ma solo negli ultimi giorni... gli ultimi giorni, solo gli ultimi giorni, capisce dottoressa? Solo gli ultimi giorni, contro una vita, non vale...
Uno stacco, la dottoressa e Matteo si sono parlati, Matteo ha capito tutto, perfettamente, e si preoccupa, Matteo è seduto sul lettino e si preoccupa, ma per sua madre: 'e adesso chi glielo dice alla mamma?'
Da dove potrei cominciare a fissare questa storia? Ci sono tanti punti singolari, in questa storia, che emergono, tenuti insieme dalla grandezza di Matteo, dalla sua forza smisurata che ci ha imposto a nostra volta, a tutti noi, di essere forti, di poter meritare questo privilegio di essere suoi genitori, suoi fratelli.
Non avevo mai lodato un mio figlio prima d'ora, e non certo per mancanza di motivi, solo perché sono fatto così, con la mia fissazione per l'imparzialità e il rispetto per i meriti altrui. Alla fine sono i miei figli a risentirne, non sono imparziale, ma sciocco direi, sciocco, senza sale.
Forse riprenderò questa storia, anche se nessun punto di essa può ergersi al ruolo di 'inizio'. Io non so come questa storia sia cominciata, ma era il 19 giugno 2015.

L'amore non dorme mai; Ci disponiamo alla notte

L'amore non dorme mai
Veglia sulle guance
Sulle labbra
Sulle mani che si quietano
E a notte si appunta
Sulle gote
Perché l'alba non trovi lacrime
Ma un sorriso che acquieti.


8 agosto 2015

Ci disponiamo alla notte
Dormirò nei tuoi sogni
Con un solo occhio
Tanto basta 
A un altro giorno.
Tu sistema il tuo bagaglio
Proprio in mezzo ai miei occhi
Finchè avranno luce
Ti serviranno la speranza
Il resto del viaggio
È solo scenario che cambia
Le tante facce di un unico fondale
Viaggia insieme a me
Mio angelo
Lontano da questa stanza d'ospedale.



9 agosto 2015

venerdì 7 agosto 2015

Un gesto per salvare tanti come Matteo.


Dal quotidiano di Piacenza 'Libertà', del 20 luglio 2015, la lettera che i miei figli hanno scritto al Direttore di quel giornale. 
   Premetto che fino a un mese fa io ero una specie di 'portatore sano' di ignoranza: sentivo parlare di donazioni, di volontariato, dedicavo qualcuno dei miei tanti futili minuti ad un pensiero di circostanza e poi tornavo a pensare alle mie più o meno piccole, ordinarie occupazioni e preoccupazioni.   

   Da quel 19 giugno la vita della mia famiglia è cambiata, come quella di tante famiglie che la hanno preceduta in esperienze simili.
   Oggi, ogni attimo è dedicato a Matteo, ogni decisione è dettata dalle sue esigenze, dai suoi desideri, dal suo stato d'animo e fisico, come è giusto che sia, non solo da parte mia, ma di tutti noi.   
   Questi meravigliosi ragazzi - per una volta li definisco così, cosa che avrei dovuto fare ben prima di oggi - hanno trovato e trovano il modo di insegnarmi tantissimo, soprattutto lui, il 'cucciolo', il 'leoncino', come lo hanno ribattezzato medici e infermieri dell'ospedale presso il quale è ricoverato.   
   Allego la lettera perché vorrei che grazie ad essa si sapesse qualcosa di più relativamente alla donazione di midollo, più di quanto ne sapevo io, ad esempio, convinto come ero che la donazione del midollo fosse qualcosa di estremamente doloroso e traumatico. Forse qualche mezzo di informazione, come la RAI, potrebbe dedicare qualche messaggio ad argomenti simili, invece di continuare ad insistere sulle solite raccomandazioni di bere molta acqua e rimanersene all'ombra durante le più calde ore estive, cose che ormai dovremmo avere capito tutti...   
   Questa lettera potrete condividerla, ignorarla, sorvolare, non chiedo nulla. Dico solo che mettere in luce la sofferenza e le vie per uscirne non è una questione di mancanza di riservatezza o, peggio, voglia di apparire sui social, ma una cosa tremendamente seria e importante. Se si conosce una strada, una via d'uscita, credo sia importante indicarla, aiutandosi vicendevolmente a percorrerla...





Crescere così come fa il grano

Crescere così come fa il grano
Fidando sotto il palmo carezzevole
E dalla mano scambiarsi
Speranza e vita
Passa, il nostro cammino, negli occhi
E altissima quiete muove raggi
Dal sole sui tratturi.
Non stancatevi mai di lottare
Di strappare le spine dal cammino
Di sentire l'aria e il suo sapore
E nella mente, negli occhi contenere
La meraviglia, tanta, di ogni giorno
Che vince e da tanta notte
Silenziosa
Illumina,
Accompagna.


1 agosto 2015.


Delle case dove penetra la sofferenza spesso non si vedono che scuri accostati, tapparelle abbassate. Sembra che la luce si ostini a non entrare, che si rifiuti di fare il suo ingresso proprio in quegli spazi dove più ce ne sarebbe bisogno e voglia, di luce. Forse cercherò di descrivere quanto ci è capitato, pur sapendo che servirebbe a poco o nulla. Potrebbe essere un'altra sofferenza, rivivere e descrivere questa storia. Mi viene già da dire una bestialità, che le sofferenze più inutili e gratuite sono quelle che non producono uomini migliori. Ma chi sono io per dire questo?

Sono nelle spalle
Stretto come un pensiero
Sofferto.
Cerco la tua mano
Nelle sue linee, pure
E s'apre, al chiaro
Il campo di solo cielo
Socchiuso nei tuoi occhi.
Quanta meraviglia
Quanto dolore
Tocca.


25 luglio 2015

Vedrai, ci diranno che tutto quello che stiamo vivendo è solo un brutto sogno, che purtroppo essendo tu il più bravo ti hanno assegnato questo ruolo da protagonista, e tu stringi i denti per farmici credere... ma io lo so che avete organizzato questa rappresentazione, che queste sono le prove di un teatro più grande e infinito... uno di questi giorni mi dirai che è stato tutto uno scherzo, angelo mio... che dottori, infermieri, tirocinanti, i tuoi fratelli, questi signori abbigliati da degenti, e anche tu, eravate tutti d'accordo e siccome sapete recitare benissimo avete fatto in modo che io ci cascassi... bastava dirmelo, già da quando siamo andati al pronto soccorso, proprio un mese fa, a quest'ora precisa. Un mese che guardi il cielo dalle finestre amore mio e lo tocchi solo coi tuoi pensieri meravigliosi.
Cosa posso fare, anima mia, mio adorato?


19 luglio 2015

Chiamavo 'la strada per Emma' i tuoi passi che tagliavano i campi di mais e avevo sempre timore, aspettandoti al ritorno. Ma valeva la pena, sempre, per questo tuo grande amore. E qualche volta ti ho pure preso in giro, accompagnandoti da lei, dicendoti che il tuo era un amore fuori mano, in fondo a quella stradina stretta, ma che si trattava di un amore bellissimo, un amore che mi colpisce profondamente, che mi commuove ogni volta, quando questa bambina o poco più ti sussurra 'amore mio', a te, bambino o poco più. Starvi accanto, anche in ospedale, è un privilegio assoluto.
Ai lati della strada per Emma il granturco sta crescendo in fretta, silenziosamente, e il sole che va a dormire sembra farlo in punta di piedi, per non scomodare la pace dell'orizzonte, sembra quasi che si appisoli per un attimo, per poi splendere nuovamente, sulle vostre dita poco più che infantili, eppure già così profondamente intrecciate. O forse il sole non va a dormire, si prepara nei vostri occhi poco più che infantili, e rinasce con la sua livrea più bella, quella dei sogni che insieme intessete.


16 luglio 2015

sabato 4 luglio 2015

mi sovverte il sussurro dei tigli

mi sovverte il sussurro dei tigli
oltre i vetri serrati di fronte alla sera
guardo le tue vene ed attendo il tuo sonno
e che dia ristoro al tuo giorno
Spero, e seguo i tuoi capelli
a piccole onde sul cuscino
Attendo dei tuoi sogni
come li ho immaginati sempre strabilianti
nei racconti che mi regali
quando il mattino si insinua di qua dai vetri
e mi domandi,
tra la paura e la speranza
io, a cosa penso
e se mi invento risposte che non concordano
con le tue richieste
Sai, si chiama intesa, mio angelo
e non si staccano, gli occhi
dal riflesso delle tue mani candide sui vetri
forse perché mi devasta la tua dolcezza
di figlio d'oro
e altro non ho da darti
che questo mio mestiere che si chiama padre.
Finché i tigli smettono i sussurri
ché tu dormi
e nel loro silenzio vigile
stormiscono pensieri e foglie in cerca di mani e di preghiera.